Lo straccetto nero

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Lo straccetto nero (Anno 1950)

Anche se avevo solo tre anni o forse quasi quattro, ricordo spesso mia madre impegnata a scrivere su un foglio di carta. Puntualmente e sempre con molta curiosità, mi avvicinavo a lei per capire cosa stesse facendo. La risposta che dava alla mia domanda era sempre la stessa:

«Scrivo a babbo che si trova lontano da noi.»

Io non capivo che significato avesse quella breve risposta che, a pensarci bene conteneva e dava per scontati diversi processi di cui non potevo conoscere i particolari, quali il saper scrivere, la spedizione della lettera, il viaggio della stessa, la consegna al destinatario, il saper leggere ed il recepire il messaggio da parte del destinatario, ecc. Riuscii solo a capire che quell’operazione, nella sua globalità, significava far sapere a babbo come andavano le cose in famiglia. Non riuscivo però ad andare oltre, tanto che mia madre, vedendo la mia perplessità, mi disse semplicemente:

«Io penso una cosa, la scrivo su questo foglio e poi il babbo viene a sapere ciò che ho in mente di dirgli.»

«Anche se è lontano? Allora posso fare anch’io la stessa cosa?» risposi a tono.

«Sì, purché tu sappia scrivere!»

«Mamma! Dammi un foglio di carta che anch’io voglio scrivergli!»

Prese un foglio di quaderno, poi aprì il cassetto del tavolo da cucina, tirò fuori un lungo coltello con il quale divise il foglio in due – eravamo poveri e si doveva risparmiare su tutto – e lo pose sul tavolo davanti a me. Montai sulla sedia e, con in mano una matita, incominciai a pensare intensamente a mio padre.

“Babbo ti voglio tanto bene. Mi manchi tanto. Quando vieni a casa portami una pistola da cowboy, poi andiamo insieme al mercato e mi compri un’automobile rossa a pedali. Ciao, tuo Stefanino”.

Soddisfatto di aver portato a termine la mia nuova impresa, consegnai alla mamma il foglio appena redatto, pieno di scarabocchi. Lei lo esaminò attentamente e mi disse che non riusciva a comprenderne il contenuto. Io non detti peso a quella risposta perché nello scrivere avevo pensato così intensamente a lui, e ritenevo che lei non riuscisse ad interpretare le mie “frasi” solo perché il mio pensiero non era a lei diretto.

Qualche tempo dopo seppi che non era sufficiente scrivere la lettera, ma che bisognava anche imbucarla. Decisi di fare una gradita sorpresa a babbo dandogli notizie fresche, scritte direttamente dalla mia mano. Nella settimana che seguì imbucai diverse lettere ed insegnai anche al mio amico Augusto a scriverle – con un metodo tutto mio – e ad imbucarle.

Il vicolo dove abitavamo era per noi bambini semplicemente meraviglioso: un piccolo parco naturale con tanta vegetazione, stradicciole, dirupi e piccoli piazzali vergini, dove potevamo fare qualsiasi gioco … anche scavare buche per inviare lettere ai nostri genitori! Ne avevamo già fatte e ricoperte, tra me e Augusto, una decina, quando Franco, il cugino di quest’ultimo, ci disse che le lettere, imbucate in quella maniera, non sarebbero mai arrivate ai nostri padri.

«Mia madre mi ha detto che per imbucare la lettera occorre il francobollo, altrimenti rimane lì» disse Franco con una mimica, a dir poco, da vero filosofo.

Aprimmo alcune buche ed avemmo la conferma di ciò che ci aveva appena spiegato il nuovo arrivato: le dieci lettere fradice d’umidità, giacevano tutte dove erano state imbucate.

«Dobbiamo procurarci i francobolli … mia madre ne ha tanti e so benissimo dove li tiene» dissi io.

Ella era fuori per la spesa e quindi avevo campo libero. Sapevo con esattezza dove erano sistemate tutte le cose che ci potevano servire: il foglio di quaderno, quel lungo coltello per dividerlo in più parti, la matita, la busta ed il francobollo. Ebbi la fortuna di trovare tutto l’occorrente e soprattutto la busta con il francobollo già attaccato ed anche timbrato, di una vecchia lettera che il babbo in passato ci aveva inviato. Uscii fuori con tutto il materiale ed iniziammo la prima operazione, quella più delicata, che consisteva nel taglio del foglio. Lo presi in mano, delicatamente lo piegai in due, appoggiai la lama del coltello tra le due parti da dividere e …

Sgomento e panico.

Un forte calore alla testa, la vista annebbiata, una grande confusione. Un fuoco, che si percepisce sempre più localizzato e, via via, ancor meno esteso, diventa sempre più acuto ed insopportabile. Il dito indice della mia mano sinistra batte tremendamente e mi duole … sanguina molto.

Il coltello apparve tinto di colore rosso acceso mentre in terra si stava ingrossando una bella chiazza di sangue. Tenevo ben stretto con l’altra manina il dito ferito, che continuava liberamente a sanguinare. Augusto raccolse da terra un piccolo straccio nero da cui riuscì a strappare una striscia che mi allungò, suggerendomi di avvolgerla al dito ferito. Lo feci, ma sarebbe stato molto meglio se non l’avessi mai ricoperto con quel brandello di stoffa, maledettamente infetto. Andai subito a cercare mia madre e, come al solito, la trovai nella bottega di Ardita. Appena mi vide quasi svenne. Andammo immediatamente a casa, mi disinfettò con l’alcol e mi fasciò il dito con una vera fascetta farmaceutica. Non conoscevo gli effetti diretti dell’alcol sulle ferite fresche e il fatto di scoprirlo in quell’occasione fu un’amara e dolorosissima sorpresa … ma non finì lì! Il giorno dopo il dito era gonfio e tutta la mano bloccata e dolorante. Venne a visitarmi il Dottor Giulio e trovando una grossa infezione in corso su tutto l’arto, programmò … … …

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