Ansia da prestazione del musicista

Occorre innanzitutto premettere che esistono due tipi di ansia, assai differenti tra essi, che si distinguono in “ansia positiva” e “ansia negativa”: la prima si manifesta quasi sempre – del tutto sana, anche se talvolta con picchi più o meno alti – via via che si sta avvicinando il momento dell’esecuzione in pubblico ma scompare quando iniziamo a suonare. Essa ha una funzione adattiva poiché ci serve per capire quali sono i nostri limiti, le nostre difficoltà ed il modo di fronteggiarle. L’altra, invece, è quella descritta nella presente pagina.

Ogni suonatore – qualsiasi strumento suoni, sia da professionista che da dilettante – quando si esibisce in pubblico si accorge di essere impegnato in rapporti con gli ascoltatori che vanno al di là della semplice interpretazione del brano e, quindi, percepisce il sopraggiungere dei cambiamenti di stato emozionale.

Anche il professionista più navigato, proprio mentre ostenta sicurezza durante le proprie esibizioni, si carica emotivamente perché il suo impegno, oltre quello di riprodurre una musica tecnicamente perfetta, è anche quello di trasmettere agli ascoltatori tutti gli aspetti psicologici del brano. Tuttavia, il musicista, il miglior rendimento lo dà quando riesce a colorare la musica con i propri stati d’animo, quando cioè riesce a caratterizzare il brano con le proprie emotività. Questo significa che emozionarsi prima di un concerto (durante e dopo) è cosa normalissima, purché si apra un ponte dialogante tra musicista e spettatori. Quando invece l’emozione si trasforma in qualcos’altro e, da ponte di dialogo diventa barriera di difesa, il suonatore incomincia drasticamente a limitare le proprie capacità, introducendovi elementi in diretto conflitto con le maniere interpretative.

L’ansia da prestazione non è mai positiva e spesso provoca danni enormi che incidono addirittura sulla carriera, anche di bravissimi musicisti. A questo punto la domanda che viene spontanea è: “Come si generano ansia e stress?” La Psicologia ci insegna che si tratta delle reazioni del nostro organismo al modo di percepire il mondo esterno nelle varie situazioni. In altre parole, se in casa mia eseguo perfettamente un pezzo di Chopin, io sono certo che in pubblico la cosa sarà nettamente diversa. Non è detto però che sia per forza peggiore: l’emozione può arricchire o distruggere l’esecuzione. Nel primo caso il rapporto tra ciò che io credo di riuscire a fare e quello che credo necessiti fare, in una specifica situazione, è bilanciato: percepisco perciò la situazione come “parte integrante” … “di aiuto”. Nel secondo, il rapporto diventa sbilanciato e la situazione viene percepita come “disturbante” … “stressante”. In questa fase gioca molto il ruolo della paura di essere giudicati o la difficoltà nel proporre il proprio “ponte” nel siffatto contesto col pubblico. O l’una, o l’altra cosa! Spesso però il tema dell’altrui giudizio pregiudica anche la seconda cosa e quindi il suonatore diventa preda di vortice autoalimentato che lo manda letteralmente in tilt. Le dita incominciano a tremare ed il muro di difesa fa sì che vengano evitati gli errori che interessano solo la parte puramente tecnica … cioè che venga “salvata almeno la bandiera”.

Lo stress del musicista può anche nascere da conflitti interni rispetto all’obiettivo da raggiungere, come l’acquisizione di una propria identità professionale. La modalità di approccio con il pubblico dipende perciò in gran parte dalle nostre aspettative, e spesso, nostro malgrado, ci dimentichiamo di essere effettivamente preparati e padroni dello strumento. Anche le dimenticanze o le nostre credenze, quindi, possono essere auto-distruttive e ce ne accorgiamo quando vogliamo per forza raggiungere la meta … quando … inaspettatamente interviene “qualcosa” che ci rompe le uova nel paniere, facendoci miseramente fallire. Tali credenze non sono razionalmente controllabili e, il più delle volte, non ne siamo consapevoli. Sarebbe più esatto dire che “tali credenze non sono razionalmente controllabili in quel particolare momento” perché possiamo cambiarle in separata sede e separato momento, cioè possiamo imparare il modo di percepirle per quello che effettivamente contano. Occorre perciò incidere sul nostro “software”, riconfigurandolo attraverso le varie tecniche che già da molto tempo ci offre la Psicologia.

Il Training Autogeno ed alcune tecniche orientali della meditazione possono modificare il nostro modo di approccio con il pubblico. Queste pratiche insegnano innanzitutto a cambiare l’approccio con noi stessi. Imparare a fare bene le cose è giusto, ma imparare a non dare troppa importanza agli errori di “circostanza” aiuta molto. Sbaglia quindi chi rende “ammissibile” l’errore fatto in casa propria ed “imperdonabile” durante le proprie esibizioni. Per rendere più chiaro il discorso, quel “circostanza” tra virgolette rende più o meno importante lo stesso errore … anche quello più banale.

Concludendo:

  • Durante gli esercizi si prenda consapevolezza dei propri limiti e si cerchi, in vari modi e con una certa attenzione, di superarli.

  • Sul palco ci si liberi da qualsiasi laccio e si faccia leva sulle risorse della spontaneità.