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La bottega di "Maria di Claudio"

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    Questo contenitore, tenuto un po' alto da un piedistallo, racchiudeva petrolio "lampante", che qualcuno dei più anziani si ostinava a chiamare "cantino". Era questo il carburante per i lumi delle casette sparse per il Monte e soprattutto per illuminare a giorno le "campane" delle lampare che di notte "andavano" a pesce azzurro.

    Sopra il contenitore del "canfìno", ancorati in alto e in basso per la curvatura delle volte, erano appesi due o tre quadri con la cornice dorata (con foglie e grappoli d'uva in rilievo), che racchiudevano i diplomi di benemerenza che mio nonno Cosmo aveva conseguito attorno agli anni '10 nelle esposizioni industriali per i suoi "biscotti di speciale fabbricazione uso inglese".

    A terra, di lato al secondo banco di vendita, su assi di legno che li isolavano dal pavimento, si appoggiavano due capaci e tozzi barattoli di ferro, alquanto rugginosi, dal tappo piccolo, quasi sproporzionato, che si aprivano facendo leva con una lama.

    Dentro uno c'erano i "sassi" dello scorbutico carburo dal color topo, già allora caduto in disuso e nell'altro le scaglie trasparenti e pur pericolose della soda caustica, che venivano pesate e fomite a dosaggi scrupolosamente prestabiliti, per "mette a 'ndorcì" le olive.

    Sul banco, anch'esso ricoperto di marmo bianco venato, si appoggiava una bella bilancia cromata, sempre della Berkel, forse un po' più piccola della rossa. L'interno di questo banco era tutto pieno di cassettini sfilabili con una miriade di oggetti di piccola ferramenta: dalle cerniere di tutti i tipi alle viti, ai pomelli per mobili, alle deliziose e delicate "civilline" di tutte le misure. Le "civilline", piccole bollette a testa ultra-piatta e a fusto squadrato a quattro facce, erano raccolte per numero, in base alla loro lunghezza millimetrica e venivano acquistate dai numerosi ciabattini con parsimonia, a etto e mezzo etto, per eseguire quasi tutte le riparazioni sulle scarpe che allora non si buttavano via, ma, riparate, passavano da fratello a fratello secondo la "crescenza". I chiodi da legno di tutte le misure, pane quotidiano dei falegnami e dei carpentieri, erano venduti in quantitativi significativi tanto che non conveniva toglierli dai loro contenitori originali, che erano di robusto cartoncino grigio quadrato, a cui una "bolletta" sorella a quella interna faceva da chiusura, "trafiggendo" e unendo i lembi superiori dell'involucro.

    Nelle scaffalature dietro il banco c'era un vasto assortimento di bottoni che erano raccolti per colore e forma in scatole di cartoncino bianco semi-lucido, all'esterno del quale era cucito un campione-civetta. La stabilità di questi contenitori bassi e larghi, accatastati l'uno sull'altro in alte file, permetteva il lusso di potere estrarre una scatola da sotto senza che l'equilibrio dell'allineamento venisse troppo compromesso.

    Di fianco a questi bottoni, la cui forma era fantasiosa, se pur realizzati in serie, c'era tutto un reparto di scatole bianche più alte che raccoglievano cerchi di latta lucida col bordino di tutte le misure, che servivano per confezionare i bottoni fatti a mano con la stoffa che portava la clientela. Due di questi tondi, uno più grande e l'altro più piccolo di quel tanto da compensare lo spessore della stoffa, venivano inseriti nel seggio di un torchio manuale con due bracci che terminavano a forma di palla. Un energico giro di vite univa per sempre i destini di queste tre parti lasciando a fare bella figura la stoffa. I cerchi di latta che non si dovevano vedere si chiamavano "anime", forse per una umana compensazione al loro sacrificio (almeno così mi piace credere).

    Vicino alle macchinette per fare i bottoni, allineate a scala, c'era uno strumento a forma di tenaglia con la testa ampia e quadrata e le leve lunghe. Questo arnese serviva per stringere i "piombetti" che andavano a sigillare nei punti cruciali lo spago dei pacchi che si spedivano per posta. Dopo una "strizzata", attutita dalla malleabilità di questo metallo, rimanevano coniati da ambo i lati una figura e una scritta.

    C'erano anche altri prodotti che, a descriverli, appesantirebbero di molto la narrazione ed altri di cui non conservo il ricordo.

    Resta da dire qualcosa sul clima di umana solidarietà che qui si mescolava alle dolci essenze della cannella e della noce moscata. Con il tempo la bottega era diventata un atipico, ma efficiente centro di raccolta, una specie di democrazia diretta del bisogno. In quattro e quattr'otto con una frase opportuna ed efficace al tempo stesso, seminata tra la numerosa clientela, venivano racimolati fondi ed oggetti per un'improvvisa necessità di una famiglia in difficoltà, per sostenere le spese di un'operazione urgente, per dare un piccolo gruzzolo ad un bambino che partiva per l'orfanotrofio. Per la quotidianità delle molte persone che allora si dibattevano in problemi economici, c'era sempre nel cassetto un buono alimentare della San Vincenzo, già firmato.

    Questa era la bottega di "Maria di Claudio", attorno alla metà degli anni '50.

 

Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)

 

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