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La bottega di "Maria di Claudio"

    Visitando i vecchi centri storici delle città d'arte, talvolta, ma molto di rado, è possibile imbattersi in negozi con gli arredi di un tempo, la cui presenza non può sfuggire per quel penetrante buon profumo di essenze e spezierie esotiche, che si diffonde ben oltre l'uscio. Non mi riferisco alle antiche, nobili e tronfie farmacie con i loro preziosi mobili in noce che sono tutto intorno adorni di artistici e policromi vasi di ceramica, con impresso in latino il nome scientifico dell'erba officinale che una volta contenevano. Voglio parlare di quei negozi che, nati essenzialmente come drogherie, poi finivano per vendere un po' di tutto, secondo il loro tornaconto economico e soprattutto secondo le necessità e i bisogni delle comunità in cui erano inserite.

    A Porto S. Stefano un negozio di questo tipo era ubicato alla metà circa di Via S. Stefano, proprio a costeggiare il lato a mare della Chiesa parrocchiale. Era da tutti conosciuto come la bottega "di Maria di Claudio", mia madre.

    L'esercizio si preannunciava con tre saracinesche a piccole onde, una accanto all'altra, che si aggettavano sulla via ed in alto erano tenute insieme da un frontone inclinato su cui erano stati disegnati, con caratteri d'epoca, i prodotti che venivano venduti. Di lato correvano due bracci snodabili in ferro battuto attorcigliato che terminavano con una maniglia di legno sagomata e facevano muovere un mulinello per mandare in su e in giù una tenda. Due saracinesche erano per l'esposizione, mentre la terza, più grande, per l'accesso al negozio. Scesi tre gradini di marmo, c'era una pavimentazione in graniglia a tre colori che formavano disegni di vago sapore comacino e manteneva ancora un buon aspetto, nonostante i disagi della guerra.

    La bottega, spaziosa per quei tempi, poteva vantare due ampi locali divisi tra di loro da un robusto pilastro centrale quadrato a cui, tutto intomo, erano stati murati specchi molati di buona qualità, qua e là mancanti di piccole superfici riflettenti, che gli conferivano un non so che di importante e di antico e al cui richiamo difficilmente la clientela riusciva a sottrarsi. Dalla colonna "degli specchi" nascevano due alti archi a tutto sesto che reggevano a destra e a sinistra le volte addolcite da una forma arrotondata e al cui centro facevano la loro bella figura due plafoniere tonde in cristallo lavorato con incisioni a stella di tardo stile liberty.

    Appena "scapolato" il pilastro, all'improvviso, incorniciato in una finestra ad arco a tre ante, impreziosito dalla trina di ghisa artistica del balconcino, appariva uno scorcio mozzafiato del mare della baia e dei palazzi color pastello della Pilarella.

    Nei sereni meriggi d'estate, i raggi del sole, riflettendosi sul mare, attraversavano la finestra e andavano a disegnare sulla volta tremolanti e argentee "spere" che cambiavano "umore" secondo il movimento delle onde e l'incidenza. Seguirle talvolta dava calma e serenità, ma, quando diventavano "nervose", si faceva fatica a stargli dietro e c'era quasi quasi da rimanerne ipnotizzati.

    L'arredamento della bottega presentava un gradevole colpo d'occhio e una buona funzionalità. Le scaffalature, fatte su misura da chissà quale falegname locale, fasciavano come un vestito di seta tutte le superfici utili. Dietro i banchi di vendita i mobili erano a giorno, mentre quelli sul lato opposto, dalla parte della clientela, avevano una serie di sportelli a due ante con vetro per "stoccare" i prodotti di riserva, per le merci che si vendevano di meno e per quelle delicate, come le lane colorate.

    In quelle scaffalature c'erano anche i prodotti di cancelleria e per la scuola, tra i quali si facevano notare i quaderni con la fodera nera e la rigatura diversa per ogni classe elementare, e le signorili scatolette dei pennini di una decina di tipi, anche se incontravano di più quelli a "perì", per fare bella calligrafia, e quelli argentei "a campanile", così detti per la loro forma.

    I due banchi di vendita, uno per stanza, erano tanto robusti da sostenere una spessa pietra di marmo bianco sfondato ai lati. Tutto l'arredamento era verniciato di bianco avorio ed era arricchito da mostrine rococò, che si ripetevano durante la loro corsa in senso verticale, mentre sui piani la preziosità era costituita da una cornicetta bombata riportata, con motivi geometrici sempre uguali. Ho sempre supposto che queste applicazioni così decorative fossero nate color della porporina, per via di alcune screpolature che lasciavano intravedere un pallido giallo.

    All'ingresso ti accoglieva una scaffalatura piena di prodotti commestibili. Erano intrusi un mobiletto di filofort con i vetrini che facevano la spia ai colori contenuti all'intemo e le matasse attorcigliate di lana grezza merinos, da lavare per fare calze e maglie "di sotto" per i rudi marinai e contadini e che bucavano tremendamente.

    In alto, perché meno vendute, riposavano le bottiglie di gran marca, mentre avevano conquistato una posizione più accessibile le confezioni di "Ferrochina", quelle con il leone ruggente, ed una china con la bottiglia a forma di tonaca di frate, che venivano ordinate ad un monastero del Nord e che la gente più abbiente adoperava come ricostituente nelle mezze stagioni.

    A portata di mano c'era una serie di vasi di vetro trasparente, un po' tozzi; tra loro ne spiccavano altri più slanciati, superstiti di serie precedenti, tutti però accomunati da un bei tappo di alluminio a fare da coperchio. Dentro questi vasi c'era un po' racchiusa l'essenza della drogheria: in uno in felice compagnia convivevano i chiodi di garofano e gli invadenti coriandoli che si andavano ad intrufolare tra le pieghe della cannella a rotoli (poi tutti e tre appassionatamente avrebbero unito le loro forze per aromatizzare il "vin caldo"); in un altro c'era la bianca polvere della fecola di patate; poi c'era quello del pepe nero, quello della noce moscata da grattare, quello del discreto anice in chicchi, quello degli appiccicaticci canditi siciliani di tutti i colori, quello delle rugose mandorle, quello dei confetti che si tiravano negli sposalizi e dei bitorzoluti confetti pistoiesi; infine c'erano quelli di due o tre tipi di caramelle e altre cose di cui ora non mi ricordo bene. Questi erano i prodotti che rilasciavano nell'aria quella buona fragranza gradita all'olfatto e al ricordo.

    Un riquadro intero era occupato da una squadriglia di tozze confezioni di "surrogato di caffè", del colore della miseria e dal nome illusorio, che compravano le persone più povere che non potevano permettersi la bevanda originale.

    In un apposito spazio, in basso, erano schierate in doppia fila cinque o sei bottiglie di liquore "incignate" per la vendita a peso. C'era l'aromatica anisetta del color dell'acqua, che veniva messa negli impasti dei dolci pasquali, l'alchermes dal carico colore rosso sangue di bue, che macchiava le mani e serviva da bagna "pe' zuppa li corogli briaconi", per colorare i dolci a rotoli e per fare la "micetta" o " 'mmecetta" con la ricotta. Meno successo avevano il biondo cognac, quando ancora si poteva chiamare così, e la gialla Strega di Benevento, tutta carica delle sue onorificenze in etichetta. La bruna marsala secca e all'uovo veniva acquistata in grandi quantità direttamente in Sicilia per poi venire stoccata in un vicino magazzino.

    Non potrò mai dimenticare quella volta in cui mio cugino ed io, mentre "careggiavamo" una damigiana da 50 litri, a mezza strada, fummo presi da un improvviso convulso di riso e finimmo per lasciare la presa dei manici. Le conseguenze di tutti i tipi ve le potete immaginare, ma in compenso vi posso assicurare che la via rimase aromatizzata molto a lungo.

    Da un ripiano ad altezza d' uomo, tenuta ferma da una "pimice", "spenzolava" una cartolina dal fondo scuro dello smilzo Papa Pacelli benedicente, di cui mia madre era devotissima. Il banco di vendita, ricoperto di marmo bianco venato, era in buona parte lasciato libero come appoggio e nel rimanente spazio venivano posti per comodità di volta in volta i prodotti che in quel momento andavano per la maggiore. Ferma sui suoi piedini regolabili c'era una bilancia rossa della Berkel, che era affiancata da una catasta di carta paglia, color dell'oro con qualche rara pagliuzza a vista, che serviva per incartare i prodotti venduti sfusi e la cui chiusura richiedeva una abile esecuzione con le mani che agivano simmetricamente. Ad operazione bene eseguita l'involucro assumeva la forma di cresta di gallo.

    A fare da compagno alla Berkel, c'era un macinino "antidiluviano" che nel mio ricordo resta un monumento. In alto, con fierezza, portava un cristallo sagomato a forma di campana rovesciata, chiusa da un grande tappo di alluminio con un pomello in testa. Nella campana veniva messo il caffè tostato in chicchi che poi due macine zigrinate a contrasto, regolabili dall'esterno, rendevano polvere. Il motore elettrico trifase che azionava il "marchingegno" era posto in basso a livello della pedana e per trasmettere la sua energia si avvaleva di una lunga cinghia di cuoio tondo, che andava a fasciare una grande ruota a raggi a forma di S. Appena girato l'interruttore di bachelite, il motore incominciava a "rugare", ma non si metteva in moto fino a quando non veniva impressa alla ruota un'energica spinta col braccio dall'alto verso il basso. Poi funzionava così bene che a prestarci l'orec-chio pareva di ascoltare una musica, resa armonica dall'azione calmieratrice del volano, interrotta ogni tanto dal passaggio di un corpo estraneo che gli faceva emettere un breve e acuto scricchiolio. Il caffè arrivava ogni settimana in grossi sacchi di yuta grezza, chiusi da una cucitura di spago. Su un lato portava la scritta di una qualche "fazenda" brasiliana e di tanto in tanto le parole erano accompagnate da figure policrome di vario tipo che avrebbero fatto scatenare la fantasia del Burri.

    Lo zucchero veniva ordinato ai grossisti locali, che lo consegnavano in grandi sacchi di yuta chiara a tessuto spesso, che, appena depositati al loro posto, facevano la pancia. Il candido semolate veniva venduto a pesate direttamente proporzionali alle condizioni economiche del cliente, prelevandolo con una sassola di alluminio ben sagomata.

    L'interno del banco di vendita era pieno di file di ampi cassetti, con la maniglia sporgente a forma di conchiglia liscia, dove erano ordinati la passamaneria ed i triccioli, il taffetà e le trine a metraggio, che andavano a guarnire maliziosamente gli abiti femminili del tempo. Solo due di questi cassetti, ripartiti all'interno, erano destinati a raccogliere gli incassi in contanti e a contenere i numerosi quadernetti formato tascabile, quelli con la fodera marmorizzata e a righe commerciali, tenuti insieme da una passata di spago. Su questi venivano registrati da una parte la spesa e nell'ultima pagina gli acconti che i clienti man mano erano in grado di dare.

    Passati gli archi a tutto sesto che dividevano le stanze, nel lato nascosto del "pilastro degli specchi", era posizionato un lungo e capace cilindro di latta, che si faceva correre davanti un tubicino-spia di vetro con incise le misure e si completava in basso con una lucida cannella di ottone a chiusura conica per fare defluire il liquido. Continua nella pagina successiva

 

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