I pempamorti Passato il "seccafìchi", che dava modo alla gente di esporre al sole i frutti che si mangiavano in inverno, i "tempi si rompevano". Dalle colline di Talamone sbucava sorniona la prima tramontana che, attraversando il golfo, prendeva un po' di vigore e sfogava la sua "foia" nella baia del porticciolo, facendo saltare in su e in giù le barchette che si trovavano ancora alla fonda. Poi il vento del nord lasciava spazio alle prime timide piogge che man mano che la stagione andava avanti, si intensificavano. Chissà per quale occulto appuntamento, raggiungevano una brusca impennata in prossimità della ricorrenza dei Santi e dei morti, che si trovano a ruota nel calendario. I temporali davano spettacolo con cretti luminosi che a zig zag spaccavano *il cielo da cima a fondo, riempiendo l'aria di fragorosi rimbombi, che mettevano paura alla gente per quel tanto di arcano e di imponderabile che avevano. Allora venivano esorcizzati umanizzandoli: si diceva che quel frastuono non era altro che "nonno che va in carrozza" tra le nuvole. E così tra cielo e terra, tra morti e vivi, si stabiliva un rapporto di confidenza. Facevano da tramite tra le anime e i viventi i giovani, che simboleggiano la continuità della vita che si rinnova continuamente. In quei giorni, infatti, i ragazzi diventavano i protagonisti: avevano libero accesso alle case dei conoscenti per chiedere un'offerta in nome dei defunti, con la collaudata formula, sempre uguale: "Fate i pempamorti,/ per l'anima dei vostri morti,/ se non ce li farete/ all'Inferno andrete", dove chiaramente "penpamorti" sta per "pan dei morti". Così la gente, a suffragio dei propri cari che non c'erano più, dava volentieri qualche spicciolo che, lesti lesti, i giovani imbucavano in un sacchetto di velluto scuro, attaccato al collo da un lungo cordoncino dello stesso colore. Di casa in casa racimolavano un gruzzoletto che serviva per soddisfare qualche piccolo desiderio in quegli anni di "migragna". "Ingariti" da quei piccoli guadagni, i ragazzi si facevano più intraprendenti e a gruppi di due o tre, con un secchio di calce, un barattolo di vernice nera a smalto e la porporina d'oro e d'argento giravano di tomba in tomba per rimetterle più o meno a nuovo, secondo le richieste. Allora le sepolture a terra, in una specie di democrazia dell'aldilà, erano quasi tutte uguali: tirate su a parallelepipedo, emergevano di una ventina di centimetri sopra il piano del terreno. Erano in muratura, intonacate e imbiancate col grassello colore del latte cui faceva contrasto il nero del nome del defunto (per qualcuno, stranamente, c'erano solo le iniziali) e gli estremi delle date del suo viaggio terreno. Svettava una croce in metallo, fatta di due esili piattine, qualche volta in ferro battuto con le estremità forgiate a lancia; per pochi c'era la ghisa arzigogolata delle fonderie. La pioggia che si alternava al sole e l'umidità della terra piano piano scolorivano le tinte così che la tomba non era più ritenuta decorosa. Allora in prossimità della festa dei morti bisognava dare una "rinfrescatina" per il rispetto del caro estinto e per non fare "chiacchierare" la gente. Per questo ecco pronte ed efficaci queste "ghenghe" di giovani che, pennello alla mano, in un batter d'occhio mettevano a nuovo la sepoltura per pochi spiccioli. Poi scoppiò il benessere che rese superflue le piccole raccolte col sacchetto di velluto; le vernici rimasero nelle scaffalature dei negozi, perché le tombe, divenute monumenti, furono tutto attorno rivestite da marmi preziosi da cui svettano verso il cielo statue sempre più alte, in una specie di gara a chi spende di più. Neppure si dice più "nonno va in carrozza", perché tuoni forti come allora non si sentono più e poi il rumore non è forse un fenomeno fisico dovuto alla differenza di potenziale tra nuvole e terra? Resta malinconica qualche rara sepoltura verniciata di calce e di smalto nero, dimenticata e nascosta, a testimonianza della "livella" di fronte alla morte che c'era una volta. Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)
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