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Il mio paese

(Continua dalla pagina precedente)   

A passare da queste parti al tempo della vendemmia c'era da rimanere ubriachi dagli effluvi del vino appena nato e dal "ribollir dei tini" nel fondo buio delle cantine, tra un via vai incessante di uomini e somari che facevano la spola tra la vigna e i vicoli. La pigiatura si faceva in paese o in campagna, secondo le "comodità" a disposizione. Poi "bigonzi"e barili, perfetti accostamenti di doghe vegetali, pieni di grappoli o di mosto, prendevano la via della Fortezza, legati strettamente uno per parte alla rustica sella di legno e di balla dell'infaticabile quadrupede. Quando la "spremuta d'uva" aveva fatto il suo naturale percorso per diventare vino, i contadini andavano ad attaccare in alto, nei crocicchi e nei punti strategici della zona, mazzi di cime di lecci, che. a seguirli uno dopo l'altro, portavano dritti dritti alle cantine in salita. Ho detto cantine perché è il termine che si ritrova sul dizionario, ma qui le chiamano "frasche", certo per quelle fronde appese, ma forse più sottilmente per indicare che in quei locali i contadini vendevano solo ed esclusivamente il frutto delle loro vigne e delle loro fatiche.

    Dalla Fortezza con quattro salti tra vicoli stretti e scoscese scalinate, si giungeva direttamente al mare nel rione Croce. Questa zona, non molto estesa, accerchiata da ogni lato, era il centro pulsante del paese, dove tutti per forza dovevano convergere, perché c'erano concentrati un po' tutti i servizi pubblici, la Chiesa, le attività commerciali, compresa la farmacia; vi si apriva anche la piazza principale del paese con il suo mare e i suoi mestieri. Era qui che si coltivavano i molteplici rapporti tra le persone e si trattavano gli affari di lavoro, modesti in quei tempi.

    Il corso Umberto, riparato in parte dai gelidi venti dell'inverno, nel periodo di Carnevale era tutto uno sciamare di maschere "sciornie" e di gente venuta a vederle anche da fuori. Quando qualcuno aveva voglia di mascherarsi, si calava sul volto un sacchetto di cotone (bianco o nero che fosse) e per il resto dava libero sfogo alla sua fantasia e alla sua inventiva: con due stracci sgualciti addosso trovava soluzioni impensate e grottesche quanto più non si poteva. L'importante comunque era non farsi riconoscere e per questo l'andatura diventava saltellante, tutta giocata in punta di piedi, mentre la voce toccava i toni alti, di testa.

    Questa manifestazione era considerata una reliquia del passato che, chissà per quali dinamiche sociali, si era conservata intatta, mostrando caratteri di assoluta originalità e spontaneità.

    I primi piani dei palazzi del Corso, costruiti in punta di scogliera, troppo vicini al flusso e riflusso delle onde, erano soprannominati "dabbass'apprua", termine marinaresco inequivocabile per indicare che era come trovarsi a bordo di una nave in balia dei capricci del mare. Queste case, con gli intonaci tutti butterati dalla salsedine, davano subito l'impressione di trovarsi di fronte ad un paese vero, genuino, di gente che con il mare se la diceva.

    Proprio di fronte al "Palazzo rosso" veniva calata in acqua, da terra a fuori, una lunga rete tratteggiata in superficie dai sugheri. Era questa la "palamitara" che, se pur pallidamente, ricordava le antiche pesche del tonno che qui si facevano nel passato.

    Poco più in là, sotto la piazzetta della Croce, fermato di traverso da una corda passata attorno ad una "cresta" di scoglio, faceva la sua magra pesca uno degli ultimi "tartaroni", carico di un equipaggio di vecchi malandati, che per necessità economiche si sottoponevano a strapazzi superiori alle loro forze. A vederli tirare a bordo i due bracci della "sciabbica", sotto l'incalzare impietoso delle gelide folate del vento e delle onde, si provava un sentimento di pietà mista a tenerezza, anche perché si sapeva che il "tartarone", che altrove chiamano "tartanone", era l'ultima tappa della carriera del pescatore prima della chiamata finale.

    Prima ancora del sopraggiungere della primavera, attorno a queste scogliere, sotto "il pelo dell'acqua", era tutto un venir su di nastri vegetali di un verde brillante, smeraldino, mescolato a centinaia di fioriture di tutti i colori.

    Era questo il momento migliore per respirare a pieni polmoni gli odori del mare, che, nella bassa marea, diventavano intensi e penetranti.

    Dalla vicina Chiesa partivano e arrivavano le tradizionali processioni che, come un lungo serpente, scendevano e salivano per tutte le vie del paese. Tra vicolo e vicolo era una gara ricoprire meglio il selciato di disegni sacri fatti con i petali dei fiori selvatici accostati uno all'altro, mentre da ogni finestra spenzolavano al vento le coperte da letto più belle.

    Di fronte alla piazza principale luccicava la "catinella del porticciolo" descritta dal Civinini, che poi qualcuno incoronò "stadio di turchese" per la trasparenza delle acque venate di verde e di azzurro, dove allora si disputava, senza enfasi e confusione, un Palio marinaro di buon gusto.

    Venivano poi messi in mare non si sa quanti battelli di tutti i tipi che, proiettati freneticamente da "mezzo golfo a terra", facevano le loro sfide, mentre un po' a riva li attendeva l'albero della cuccagna orizzontale, ben unto, con la bandierina rossa inchiodata in cima; tra barca e barca sgattaiolavano sornione le "tinozze" con i loro manovratori che, con un colpo a destra e uno a sinistra, facevano fatica a raggiungere il loro traguardo.

    L'ampio lido dalla piazza arrivava fin sotto i "cannoni" della Pilarella, dove decine di donne pazienti facevano la coda per attingere un paio di brocche d'acqua da due antiche cannelle di bronzo terminanti con pompose teste di delfino a bocca aperta.

    Con la buona stagione i paesani si riversavano su questa spiaggia per fare i bagni; d'inverno, invece, ci cadevano in letargo un po' tutti i battelli; i più malandati, presi anche di mira dai giochi dei ragazzi, non ce la facevano più a riprendere il mare e vi concludevano la loro esistenza, disfacendosi tavola dopo tavola.

    A fare da confine tra sabbia e strada era stato costruito uno splendido muretto di granito del Giglio, scolpito a mano, a schiena d'asino; era diventato luogo d'incontro dove si faceva sosta anche per dare un'occhiata curiosa allo scorrere del passeggio. Voltandosi dall'altra parte, si poteva abbracciare tutta intera la baia del porto vecchio e in lontananza seguire le screziature azzurre del mare che zigzagavano fino a Talamone. A ridosso di una fila di palazzi, nel suo pieno fulgore c'era il cinema Giardino, con l'arena estiva, edificato in una particella dell'impianto di aranci e limoni che aveva voluto un governatore spagnolo del '600. Prima della guerra il giardino era ancora un parco ben tenuto con pergole e crocevia segnati da busti e obelischi; era uscito malconcio dai bombardamenti, ma gli agrumi sopravvissuti continuavano imperterriti a mandare un profumo incantevole, che raggiungeva l'apoteosi nelle notti calme al tempo delle fioriture delle zagare.

    Seguendo la via sul mare, ci si trovava di fronte una serie di palazzi, uno accanto all'altro, dipinti con tinte diverse, i cui contrasti andavano a formare una tavolozza di toni caldi che facevano pensare ad una mano più ligure che toscana; il risultato finale andava a scomodare sorprendenti analogie con la celebrata Portofìno.

    In alto, gemma tra le gemme, dominava con apparente discrezione "La Giocondiana" con il succedersi delle sue snelle arcate e le altre rare strutture tardo-futuriste e decò; nel dopoguerra la villa era diventata il "pensatoio" dell'Argentario, dove si riuniva un cenacolo di poche persone lungimiranti che si erano date un gran daffare a inventare formule per richiamare un turismo di classe.

    Ai piedi di queste case così variopinte, da cui uscivano solo marinai e pescatori, c'era un molo tutto di granito dalla tonalità grigio chiaro, su cui erano state stese lunghe "pennellate" scure di rete messa ad asciugare. Nei paraggi qualche vecchio non più abile alla pesca e talvolta qualche anziana vedova arrotondavano le loro magre rendite, conciando il "mestiere" lacerato dalle afferrature del fondo o dai morsi dei "furoni". A testa bassa, concentratissimi, a sedere per terra più che su una sedia, passavano e ripassavano un ago con gli spacchi, detto "cucella", tra maglia e maglia; ogni annodatura veniva serrata con un secco strappo che trovava l'opposizione del pollice grifagno del piede, attorcigliato al cordame.

    All'imbrunire un accapigliarsi becero di gabbiani dal petto candido annunciava il ritomo delle paranze che, giunte a poche centinaia di metri dal molo della Pilarella, di colpo si fermavano: giusto il tempo di "incugnare" ad arte l'ultimo pescato nelle gocciolanti cassette di legno; subito dopo veniva ingaggiata una serrata gara per arrivare per primi ad ormeggiarsi. Calata la passerella, un veloce passamano faceva trasbordare il pesce a terra. Poi tutto il prodotto ittico scompariva, inghiottito nel ventre delle "friggere" per essere pesato e ricevere l'aggiunta di qualche "sassolata" al volo di ghiaccio tritato; rivedeva la luce sui "barrocci" che gli facevano attraversare tutto il paese, lasciando sulla strada una lunga e continua scia di bagnato. Nel piazzale del Valle i camion aspettavano le cassette per trasportarle ai mercati delle città, prima del sorgere del sole.

    Poi le paranze, come le chiamano qui dal tempo della vela, ripulite con una doccia d'acqua prelevata dal mare con un bugliolo con la corda, finalmente spegnevano i motori e, stanche morte per la troppa fatica di essersi trascinate sul fondo tutta quella rete, si lasciavano andare al lento ninnare delle onde.

    Ancora più avanti uno slargo sul molo serviva da imbarcadero per i "postalini" che facevano la spola con l'isola del Giglio. Tutta la zona si animava sempre più man mano che si avvicinava il momento dell'imbarco e dello sbarco dei passeggeri, per poi ritornare alla calma di sempre.

    Questi vaporetti, che prestavano servizio da noi quando erano già un po' vecchiotti, avevano una linea talvolta demodé, ma aggraziata ed elegante, tale da dare l'impressione di essere state barche di lusso, forse panfili, nella loro gioventù.

    Superata la curva della Capitaneria di Porto, il paese non si vedeva più, mentre davanti allo sguardo si apriva una zona verde con poche ville; prima della guerra, d'estate nel basso fondale venivano infisse tre o quattro palafitte in legno, dette "Bagnetti", dove i forestieri andavano a crogiolarsi al sole e a fare i bagni, imitati da qualche raro "gagà" del posto.

    Nel dopoguerra la zona appariva alquanto imbruttita, a mare e a terra, dai ruderi in cemento armato dell'ex "Siluripedio", che si tenevano in equilibrio precario e pericoloso, trattenuti soltanto da nudi ferri contorti che erano nell'interno. I pittoreschi "Bagnetti" non furono più calati in acqua, considerati ormai superati: al loro posto fu costruita "La Caletta", completa di bar e dancing, che nei primi anni di conduzione, grazie alle capacità del gestore, diventò il ritrovo più ricercato di tutta la costa.

    Intanto oltre Punta Madonnella i primi affaristi venuti da lontano adocchiavano gli scorci più suggestivi. Da lì a poco i nostri poveri contadini, quasi increduli che a qualcuno di fuori potessero interessare quelle aride scogliere, cedevano per pochi soldi in contanti panorami mozzafiato a scapicollo sul mare.

    Iniziava così il degrado del territorio, la cui vendita ha certamente avuto un peso nel miglioramento economico del posto, ma ha in realtà contribuito in primo luogo ad anticipare di uno o due decenni il dissolversi di una tipica cultura della terra e poi, molto di più, a sciupare per sempre alcune delle più pittoresche vedute dell'Argentario.

Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)

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