Il mio paese Pur trovando una risibile resistenza antiaerea, gli aeroplani alleati si erano davvero accaniti a sganciare migliala di bombe piene zeppe di dinamite, di giorno e anche di notte al chiarore stupefacente ed apocalittico dei bengala, facendo scempio di un piccolo paese di Maremma, che aveva la "colpa" di essere porto e di ospitare due depositi militari. La popolazione, presa alla sprovvista dai primi bombardamenti, si era subito sparsa per tutto il Monte, ammassandosi fino all'inverosimile nelle anguste "casette", che in tempi di calma accoglievano il riposo del somarello, dei "bidenti" e delle zappe. Ad ogni incursione qualcuno dei più audaci andava a fare capolino fra i crinali delle colline che dominano l'abitato per poi riferire agli altri "sfollati" se questa o quella abitazione era stata risparmiata o giaceva sfatta in un cumulo di sassi e travi. Quel poco che si era salvato dalla catastrofe era poi passato al setaccio dalla mano vendicatrice dei guastatori tedeschi in ritirata. Poi la guerra finì. Rimasero ostinatamente in piedi l'antica Fortezza del tempo degli Spagnoli, ferita di striscio, il palazzo di piazza, sfregiato in verticale per un paio di piani, lo smilzo campanile, intatto chissà per quali intercessioni divine, e pochi altri edifici che si potevano contare sulle dita, sparsi qua e là a fare immaginare dove prima si apriva un vicolo o una strada. Al paese nel dopoguerra fu conferita la medaglia di bronzo, compenso assolutamente sproporzionato ai disagi, alle perdite umane e alla distruzione del patrimonio edilizio, che le perizie fatte attorno al 1945 valutarono al 96%, tanto da far dire che dopo Cassino la nostra era la città più distrutta d'Italia. In una specie di occulta solidarietà, neanche i morti avevano trovato requie nella loro ultima dimora, rivoltati sotto sopra e straziati anche loro dalle bombe che avevano scavato enormi crateri nel cimitero. Subito corsero veloci i vagoni da minatore sui binarietti e le carrette a mano, tutti stracarichi delle macerie non riutilizzabili, che andavano a rinforzare le rive di fronte al paese. Era tutto un popolo di formiche che si metteva in moto con cocciuta ostinazione per ricostruire la propria casa subito, come e dove era prima. Nessuno volle sentire ragioni quando qualcuno dei più istruiti, forse un po' utopisticamente, propose, dal momento che c'era tutto da rifare, di dare più ampio respiro al centro. E neppure l'epidemia di tifo, la più tremenda alluvione che sia avvenuta qui e lo scoppio del "Panigaglia", eventi che si succedettero con diabolica successione uno dopo l'altro tra il 1946 e il 1947, causando ulteriori perdite umane, riuscirono ad intaccare la fede e la voglia di fare della gente. Tra la popolazione, il Comune, lo Stato e i suoi organi periferici ci furono una straordinaria collaborazione e unità di intenti che andavano tutti nella direzione del fare presto, cosa che non ha più trovato riscontro nella storia di questa comunità. E così nel volgere di qualche anno il più era fatto, anche se un po' qui, un po' là qualche rudere diventava monumento e simbolo della brutalità della guerra. La vita ricominciò a scorrere con gli identici ritmi di prima, forse nell'estrema, inconscia volontà di continuare come se nulla fosse avvenuto, rimuovendo la barbarie, anche se niente poteva essere come prima, perché ormai eravamo stati contagiati dallo stile di vita americano, che di lì a poco ci avrebbe cambiato il modo di vivere e di pensare. Mi considero fortunato di avere vissuto questo periodo, perché mi ha dato l'opportunità di aver visto un mondo "antico", fatto di cose semplici e dignitose, di mestieri e di attività che provenivao da lontano e che quasi immutate si erano tramandate di generazione in generazione. Già dall'affaccio di punta Scarabelli, proprio dove, a dare protezione al paese, era stata murata una ceramica della Madonna in vago stile robbiano, veniva un tuffo al cuore nel vedere tanta armonia tra terra e mare. Da lì un tratto di Corso Umberto appariva come una parata di palazzi, uno attaccato all'altro, interrotti di quando in quando da una scalinata in discesa; poi, man mano che si saliva, le case si diradavano, diventando sempre più piccole; le più elevate, per non scomodare l'occhio, con pudore si andavano a nascondere tra l'argento e il verde degli oliveti, ben guardandosi dal superare la quota della Fortezza, superba protagonista delle vicende del posto. Più sotto, a ridosso delle banchine del porto del Valle, di fronte all'abitato, si ancoravano con la massima comodità le paranze della nostra flottiglia (quando le condizioni del tempo non permettevano l'ormeggio alla Pilarella) e i pochi panfili dalle prue affilate come lame di coltello, che diventavano superbi quando mostravano tutto quel candido cotone ad asciugare al sole; si aggiungeva talvolta qualche nave da carico, nera come la pece, con la coperta ingombra di bighi sbilenchi, che faceva sosta qui, ormeggiandosi di traverso ad occupare mezzo molo dell'Accetina. Sul tratto in discesa, che da quella ceramica sacra arrivava fino al piano, nelle mezze stagioni e nell'inverno, quando il sole ce la faceva a farsi largo, tante mamme con i figli e qualche anziano andavano a cercare il ristoro dei raggi tiepidi. La loro passeggiata in su e in giù si interrompeva spesso per fare una sosta negli slarghi più "appoventati"; per le persone più tenaci si prolungava per buona parte del pomeriggio per cessare comunque quando il disco d'oro si andava ad "inguattare" dietro i declivi dei poggi, lasciando spazio alle prime ombre della sera. La permanenza alla "solina" era disturbata raramente da qualche auto in transito che, pur rallentando vistosamente, si lasciava dietro una nuvola di polvere biancastra. Scavalcato il ponte del fosso del Campone, mostravano senza vergogna la loro completa nudità una decina di barche di legno di tutti i tipi, che, tolte dalle invasature che le avevano tirate a secco, si tenevano su con grosse zeppe incastrate saldamente con secchi colpi di mazza. Qualcuna delle più grandi, con la prua che arrivava fino al ciglio della strada, sembrava volesse rivendicare antiche proprietà. Tra chiglia e chiglia c'era un caratello tagliato a metà per il verso della lunghezza, dove scoppiavano i bollori della pece, che riempiva l'aria di un odore acre, penetrante, ma gradevole, almeno per noi che ci avevamo fatto il naso. Tutto attorno agli scafi era un affaccendarsi svelto di calafati che, seduti sui tavoloni, tenuti in alto da smilze "caprette", facevano penetrare tra i "comenti" del fasciame lunghe strisce di stoppa, sotto la pressione di un corto scalpello con il taglio a spatola, spinto da calibrati colpi di martello. Quando l'operatore era abile, si sfiorava le dita tanto le martellate erano date una dietro l'altra senza sosta. Il suono che ne risultava era un picchiettio un po' squillante che diventava un'orchestra di grilli e di cicale, quando lavoravano tanti insieme. Non lontano dagli scali di alaggio, di fronte al rigagnolo a cielo aperto del fosso del Campone, era stata tirata su in tutta fretta una baracca di legno pitturata di verde, dono dello zio Sam americano (almeno così indicavano due o tre scudetti a stelle e strisce inchiodati alla facciata), che fu sede provvisoria della scuola elementare. Nella piana che si spingeva fin sotto l'Aeronautica, c'era tutto intero un trenino da "Far West", che i bombardamenti avevano imprigionato al suo ultimo capolinea, dopo anni di tranquillo e onorato servizio da qui ad Orbetello. La locomotiva a vapore col suo pomposo fumaiolo teneva ancora al guinzaglio una decina di carrozze di legno, che, a furia di stare ferme al sole e alla pioggia, senza una mano di vernice, si erano disfatte mostrando rachitici scheletri di ferro arrugginito. La loro lenta agonia era un po' addolcita dall'abbraccio di grossi ciuffi di "cepite" dai fiori gialli, vivaci e da mille altre erbe che crescono da sole. Per i ragazzi di allora, che di fantasia dovevano per forza averne, quello rappresentava un luogo straordinario, dove simulare epici assalti al treno, tra bande rivali che si fronteggiavano con innocenti pistole di legno e spari a voce. Poi un po' tutti insieme unimmo le forze per sgombrare il terreno dalle pietre attorno alle carrozze. Ne venne fuori un discreto spazio dove fare maratone di calcio; subito lo battezzammo "il campetto di Giosuè", prendendo a prestito il nome del guardiano che la proprietà aveva messo a sorvegliare. Nei pressi c'era un anonimo e alto capannone in mattoni a due spioventi, che si era salvato dalle bombe. Dalle fessure della porta ben serrata si vedeva il davanti di una locomotiva che sembrava nuova di zecca, tutta lucida di vernice rossa e nera e con gli ottoni bene in evidenza, che le davano i gradi di un nobile lignaggio. Superato di un bel po' l'inizio del paese, c'era l'ampio edificio ad un piano del "cinema Mataloni", che in estate, quando si soffocava dal caldo, si trasferiva armi e bagagli all'aperto sotto i pini, dove tra chioma e chioma si vedeva il cielo di notte con le stelle che brillavano come diamanti. Lo spazio occupato dalla sala cinematografica e dalla sua pertinenza estema, tutto racchiuso da vecchie muraglie di pietra locale, lasciava indovinare il perimetro del vecchio stabilimento della premiata fabbrica di sardine in scatola all'uso di Nantes, che il francese Federico Pollette installò qui sul finire del 1800. Sulla dolce salita che si affacciava sul piazzale in cui, prima dello scoppio della guerra, venivano ammassate enormi cataste di carbon fossile, si era salvato un piedistallo sagomato di pietra rosata che una volta sorreggeva il monumento al milite ignoto, fatto a pezzi da una bomba maligna. Strana la storia di questo milite di marmo che era stato scolpito nudo, coperto nelle intimità dalle pieghe di una bandiera, estremo compromesso tra la gente del paese che lo voleva marinaio e la statuaria ufficiale che lo rappresentava vestito da fante. Poi mani pietose avevano ricomposto attorno al basamento la testa, qualche pezzo di arto e poco più, che, a vederli, suscitavano pietà e commozione. Forse più di prima rappresentavi il simbolo dell'estremo sacrificio, caro soldatino caduto due volte! Durante la ricostruzione il piazzale Candì era ingombro di cubi di cemento, tutti uguali tra loro, ordinati in file parallele di qualche centinaio di metri e distanziati tra loro di quel tanto da permettere a noi ragazzi di allora di saltare dall'uno all'altro con una breve rincorsa. Quando i blocchi erano ben secchi, una grossa draga li veniva a prelevare per posarli in mare. A guidare il corretto allineamento, sul fondo c'era un "marziano" racchiuso in un maestoso scafandro che mandava in superficie grosse bolle d'aria che si rincorrevano per poi esplodere e dissolversi. C'era da rimanere a bocca aperta a vedere con quale arte gli assistenti gli calavano sopra ai vestiti una spessa tuta di gomma telata sulla quale subito gli serravano due scarpe da ciclope con le suole appesantite da verghe di metallo; quasi a volergli dare un po' di grazia gli veniva annodata una cordicella che segnava il punto vita e al collo una "collana" di canapa con una decina di cerchi di piombo. Completava l'opera un grosso globo di bronzo fissato attorno alla testa, con la visiera di vetro davanti al volto. Poi il palombaro si immergeva trascinandosi dietro un lungo "cordone ombelicale" di gomma che gli portava l'aria fresca, che i compagni sulla barca appoggio gli facevano pervenire pompandola a mano con due grosse ruote con le maniglie. Dall' "Accetina", scalino dopo scalino, si arrivava fin sotto .le mura della vecchia Rocca; mano a mano che si saliva gli odori del mare e dei suoi mestieri si stemperavano lasciando sempre più campo al tanfo dolciastro e caldo delle stalle, dove i somari passavano la notte. Da lì, prima dell'albeggiare un primo asino e il suo padrone prendevano la via della campagna, subito seguiti dagli altri che si sparpagliavano sui greppi del Monte. Poi tutto taceva e il rione sembrava quasi disabitato. Ritornava come per incanto ad animarsi "all'ora" dei somari, cioè all'imbrunire, quando il rumore degli zoccoli ferrati sul selciato di pietra annunciava una lenta processione di animali e uomini che ritornavano alle loro dimore, carichi di tanta fatica e del poco frutto dei loro aridi terreni. Qui davvero il somarello non era una bestia qualsiasi, ma un protagonista: non c'era proverbio dove in qualche modo non entrasse questo tenace animale; nel periodo delle feste di Ferragosto veniva onorato da un Palio che si correva lungo la via che fiancheggia la Fortezza spagnola. (Continua nella pagina seguente)
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