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L'esame da santostefanese

    Per più di venticinque anni, ogni mattina, prima di prendere posto dietro la scrivania del mio ufficio, passavo dalla cartolibreria di Enrico Zolesi (là sulla salita che porta al "salotto" della piazza Anselmi) per acquistare il quotidiano "La Nazione" con la cronaca locale, che richiedevo come "La Nazzione" per sentirmi anch'io un po' spiritoso e in sintonia con l'aria che tirava nel negozio.

    Quando arrivavo, Enrico aveva da poco "careggiato" sul marciapiede i numerosi espositori mobili pieni di variopinte vedute del paese; aveva già inserito nei seggi il cancelletto bombato di ferro battuto che aveva fatto fare per salvaguardare la vetrina principale e che curiosamente chiamava "protoferesi"; le pareti esteme erano già tutte tappezzate a strisce dalle riviste fresche di stampa, (messe una sopra l'altra facevano capolino quel tanto da mostrare le testate e poco più), tenute insieme da grucce di filo di ferro zincato.

    Toltosi questi pesi, si dava da fare anima e corpo a compilare con i pennarelli indelebili a stampatello o in corsivo le locandine che lo hanno fatto conoscere anche al di fuori di qui. Erano succinti commenti delle notizie estratte a suo insindacabile giudizio (che facevano sempre centro!) tra le tante che erano stampate nei due giornali locali, che lui rimuginava con taglio ironico e provocatorio, a seconda dei casi.

    Quando le cose pubbliche non andavano per il verso giusto, senza paura andava a "fruzzicare" anche l'ordine costituito. Poi esponeva le sue "creature" al di fuori del suo esercizio (qualche volta le ingabbiava nelle bacheche a prendere il posto di quelle ufficiali, altre volte le appendeva ad un festone di corda, fermate in testa da un paio di "nasini" di legno). Da quel momento in poi potevano cominciare le visite dei curiosi e degli ammiratori. Nell'interno del negozio si conversava liberamente un po' di tutto, ma l'eccellenza si raggiungeva quando in gioco c'erano la tecnica del nuoto e le curiosità, il lessico e i personaggi tipici che vivevano una volta nel paese.

    Quei quindici o venti minuti che trascorrevo nella sua bottega volavano e quando mi rendevo conto del tempo passato, dovevo fare le corse per arrivare in orario al lavoro (meno male che allora non c'erano cartellini da timbrare!).

    A quell'ora, così presto nel mattino, pochi erano i clienti, fatto salvo qualche raro impiegato che comprava il quotidiano e qualcuno che era cascato dal letto. Così il discorrere filava liscio "come l'olio": era proprio quello che ci voleva per iniziare una giornata nel verso giusto, un ricostituente vitaminico per l'anima e il morale.

    Tra gli avventori mattinieri ce n'era uno, chiamato sul finire degli anni '50 a ricoprire una carica abbastanza importante che gli dava una certa autorità. Ciò lo portava a conoscere vita, morte e miracoli di molte persone e ad essere al corrente di diverse situazioni locali. Era stato facile per lui entrare in confidenza con molti e tanti gli avevano dato amicizia (qualcuno, forse, per umano tornaconto).

    Questi rapporti col tempo lo fecero sentire prima santostefanese, poi più santostefanese dei santostefanesi, la qual cosa non è disprezzabile certo, perché non è da tutti andare a vivere già da adulti in un posto nuovo e riuscire così bene ad inserirsi, a riconoscersi e ad appropriarsi di un'altra cultura. Ma Enrico non riusciva a ben digerire che proprio davanti a lui, che era uno dei massimi depositar! e conoscitori di usi, costumi e vernacolo del posto, questo signore si desse un'aria da intenditore delle cose del paese. Così volle ridimensionarlo un po', non certamente per umiliarlo, perché ne aveva la massima stima, ma per farlo scendere dal piedistallo su cui si era collocato.

    Si inventò così, un bei giorno, lì per lì, su due piedi, l'esame da santostefanese. Da dietro il banco di vendita, zeppo di cataste di giornali messi a gradoni, il "professor" Enrico Zolesi gli propinò a bruciapelo la seguente domanda: Se sei santostefanese, dimmi che significa "senza teste, senza bracci"?

    lo ero lì, testimone imbarazzato, che non sapevo che pesci prendere; non mi rimase altra scelta che far finta di sfogliare una delle tante riviste in vendita.

    Seguirono attimi di silenzio che mi parvero lunghi come la Quaresima.

    Poi il "docente" ruppe il silenzio e cominciò a spiegare che non molti anni prima viveva in paese un certo "zi' Nicola" che praticava la piccola pesca. Quando non riusciva a recuperare le teste delle sardelle o delle acciughe per fare il "prumeggio", per attirare cioè le prede nei pressi dei suoi attrezzi, diceva che non valeva nemmeno la pena di "anda' pe' mare", essendo "senza teste, senza bracci".

    Non volli avere l'opportunità di vedere che faccia facesse il "candidato bocciato"; per pudore non lo guardai in viso e continuai a fingere interesse per quelle riviste per me effimere.

    L'esaminato, senza replicare, prese il suo abituale quotidiano e, salutando, come sempre si allontanò, anche se penso che si sentisse alquanto ridimensionato; da persona intelligente, però, sono certo che capì la lezione e ne trasse utili conclusioni: me lo fa supporre il fatto che nei giorni successivi e negli anni a venire continuò a frequentare il negozio, con il rapporto personale di sempre.

    Una volta uscito il cliente, Enrico, da persona seria, non fece alcun commento ne io mi sentii di "acciullarlo" un po'.

    Questo episodio così singolare mi da ora il pretesto di ricordare, ancora una volta, un amico indimenticabile che, armato di pennarelli e intelligenza, aveva fatto diventare la sua bottega (come amava definirla) punto di incontro e di riferimento per tutti quelli che amavano disinteressatamente il proprio paese.

Ma chi era "zi" Nicola"?

    Era un modesto pescatore che visse qui e morì nel primo dopoguerra. Praticava la piccola pesca con la lenza, i "filaccioni" e qualche volta arrotondava il suo carniere con l'aiuto di qualche tesa di tramaglio. Amava stendere i suoi "mestieri" nei pressi del "Cauto", all'angolo del golfo di Calagrande, all'ombra della torre a scacchi del semaforo della Marina.

    Viveva alla "randagia" o da uomo libero, secondo i punti di vista, come pochi facevano anche a quei tempi. Viaggiava scalzo, più di un frate del Monte, e il freddo faceva fatica a superare la barriera degli spessi strati di calli dei suoi piedi, che lasciavano immaginare antichi ripudi per gli "scrocchi".

    La sua casa era un piccolo battello; solo quando la tramontana e il grecale facevano sul serio, cercava riparo in uno scantinato vicino al palazzo a punta che chiamavano il "Duilio". La sua barca era una di quelle costruite nel Meridione che richiedeva la vogata alla '"napretana", che si praticava in piedi con la faccia rivolta in avanti.

    Quando se ne presentava la necessità, d'estate come d'inverno, poteva ampliare di un bel po' la superficie coperta con un telo di candido tessuto olona a due spioventi, che dava al battello una certa importanza e, nascondendo le modeste attrezzature, gli conferiva un tocco di signorilità.

    Formavano la sua famiglia due cani bastardini raccolti per strada (uno vivace ed aitante di nome "Tittirino", l'altro un po' più moscio) e a fare la spola tra la prua e la coperta del battello c'era una gabbianella ammaestrata. Tutti insieme, fedelmente, condividevano le risorse, i disagi e le modeste avventure di mare, ogni giorno.

Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)

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