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IL FAVOLOSO CINEMA GIARDINO

E ancora lì, al centro del paese, anche se nessuno l'ama più.

    Non possiede la nobiltà dell'antico, nè ha architetture importanti che giustifichino un qualche rispetto: è solo un vecchio e semplice edificio dell'immediato dopoguerra, una specie di cilindro tagliato in due e voltato a botte. Le piogge di questi anni hanno insinuato le loro metastasi tra le sue tegole rosse di cotto; i raggi del sole hanno ormai consunto le vernici delle sue porte, consegnandole nude al tarlo vorace ed al marciume; il vento con le sue folate calde e fredde di carta vetrata ha roso i suoi intonaci.

    Da lontano nulla è più possibile vedere: un cancello di ferro battuto chiuso a chiave sbarra l'accesso alla corte, su cui una volta era stesa una spessa coltre di ghiaia, che scricchiolava ad ogni passo. Ora la natura si è ripreso il suo terreno ricoprendolo di un manto disordinato di piante ed erbe. Oltrepassata quella corte, si giungeva alla porta d'ingresso, molto ampia, che anticipava di poco il banco della biglietteria.

    Chissà cosa rimane ancora di quelle alte e spesse tende di velluto rosso carico, tendente al vinato, che facevano passare gli spettatori uno alla volta e quando venivano chiuse del tutto, non lasciavano filtrare neppure un filo di luce, come nella camera oscura di un fotografo. E ci sarà ancora qualcuna di quelle sedie di legno chiaro, sagomate a tondo nello schienale, che erano unite una all'altra come sorelle siamesi e insieme andavano a formare lunghe file, interrotte ogni tanto da un corridoio per far passare la gente? Il piano di queste sedie, perdendo l'equilibrio, si disponeva verticalmente e solo quando c'era il peso della persona, tornava a fare la sua funzione, mettendosi stabilmente in posizione orizzontale.

    Almeno lo specchio, laggiù in fondo al corridoio, che arredava tutta una parete, spero sia ancora al suo posto, perché era stato murato a cemento, dopo che si era incrinato in un lato, da cima a fondo. L'incrinatura aveva dato lo spunto a chissà quale pittore locale per coprire la ferita disegnandoci un tronco con i colori ad olio e rami carichi di foglie e di rose che andavano ad occupare tutta la parte destra, lasciando appena lo spazio per potersi dare un'ultima "messa a punto" con un pettinino di finta tartaruga, unto di brillantina.

    Non pare davvero possibile a chi non l'ha conosciuto nel pieno delle sue forze che questo rudere così trasandato, "impallato" da grossi edifìci, abbia regalato sogni, illusioni e speranze ad una popolazione che usciva dal baratro della guerra. Proprio in quegli anni era considerato modemissimo, tanto che era opinione comune che avesse la migliore sala di proiezione della provincia. Si chiamava "Cinema Giardino" per una facile trasposizione, essendo stato costruito all'intemo del giardino di aranci e limoni che nel '600 impiantò l'allora governatore dello Stato dei Presidi.

    Gli spettacoli che venivano di volta in volta rappresentati erano accuratamente selezionati dai soci proprietari (Marcello lacovacci, Bisio Malacarne e Terzo Giovani), che, interpretando i gusti del momento, li sceglievano dai depliants che le varie case cinematografiche facevano pervenire periodicamente. Una volta scelto il film, arrivavano quei grossi manifesti a una o due parti che venivano affissi con la bavosa colla di farina contenuta in un secchio di latta, passando e ripassando sopra e sotto un grosso pennello da imbianchino. I cartelloni erano posizionati nei punti strategici della zona: in un giardinetto della Pilarella e alla punta della Croce, dove c'era la farmacia del "sor Pietrino" (quando soffiava la tramontana, c'era da lottare per incollare il manifesto!). Da sole o in compagnia dei manifesti, venivano affìsse le locandine rettangolari di cartoncino, per lo più disegnate come fossero foto, che oggi sono ricercate dai collezionisti. Mi ricordo che dietro la biglietteria, quando andavo a salutare Bisio, mio lontano parente, su tutti i ripiani disponibili erano adagiate centinaia di queste locandine di film già programmati, giunte forse in sovrannumero.

Epiche ed indimenticabili sono state le proiezioni del "Quo vadis?", di "La tunica" e "Nel segno della Croce". La gente di tutte le età, intere famiglie con i bambini, prendevano, in queste occasioni, d'assalto il cinema che non ce la faceva a fare fronte a tutte le richieste. Questi film monumentali, che duravano tre o quattro ore, rispecchiavano la necessità di quel momento di appoggiarsi al trascendentale e rispondevano alla profonda religiosità di questo paese, tanto che non aver potuto vedere questi spettacoli equivaleva quasi quasi a non aver preso parte ad un rito mistico solenne.

    Erano tutt'uno con l'ambiente del "Cinema Giardino" Urania, una donna anziana ma non ancora vecchia, e Sauro, conosciuto come "Nicche", blasone ereditato dal padre.

    Urania, persona dal discorrere facile che denotava intelligenza, aveva un banchetto di vendita subito a ridosso della biglietteria, immediatamente prima del luogo in cui si "strappavano" i biglietti, cioè dove si toglieva alla matrice la parte di controllo che veniva imbucata nella feritoia di un contenitore a forma di piramide tronca.

    Sul suo banchetto c'erano due grossi panieri di vimini pieni di "semine", "caccaetti", carrube , "zizzere" e qualche volta facevano la comparsa anche le "prunelle cacagnole" che lasciavano trasudare un liquido colore del sangue raggrumato. Col tempo Urania si era un po' modernizzata: trasportava le sue mercanzie su una carrozzina da bimbi smessa, ed aveva pure ampliato la gamma dei suoi prodotti in vendita aggiungendo stringhe e spirali di liquirizia morbida, "necolizi" a bastoncini, caramelle di più tipi, comprese le "ciacche" e quelle col buco, "scingomme" e lecca lecca.

Sauro, un uomo alto, segaligno e biondo, era veramente la persona giusta al posto giusto. Nella vita di tutti i giorni era un quotato elcttricista ed ho sempre creduto che nessuno meglio di lui fosse in grado di far funzionare la macchina da proiezione, un marchingegno di notevole stazza, screziato di nero fumo, cui faceva compagnia un altro congegno per far ritornare la pellicola indietro. Sauro doveva davvero fare i salti mortali a barcamenarsi tra la corrente, che a quei tempi andava e veniva, e il nastro di celluloide, che si strappava con incredibile facilità ed essendo altamente infiammabile, si liquefaceva spesso, andando a disegnare sul telone bianco i suoi bizzarri accartocciamenti.

    Il regno di "Nicche" era un casotto estemo, costruito proprio a ridosso dell'edificio, reso accessibile da una scala a cielo aperto; vi erano state praticate due feritoie rettangolari, da una delle quali passavano i raggi della proiezione che andavano a colpire lo schermo; l'altra serviva di controllo e per vedere nella sala.

    Le rappresentazioni erano serali e solo nei giorni festivi lo spettacolo era continuativo dal primo pomeriggio a tarda sera. Ai ragazzi non ancora maggiorenni, come lo ero io allora, era concesso andare al cinema solo nel pomeriggio della domenica (se i genitori, data un'occhiata al cartellone, lo ritenevano privo di contenuti "osé", per quanto fosse possibile per quei tempi).

    Per ingannare il tempo, prima dell'inizio della proiezione, si consumavano le "semine" di Urania, che davano un'arsura tremenda e spellavano la lingua e le cui spoglie andavano a formareun monticello ai nostri piedi, mentre dall'alto gli altoparlanti spandevano nella sala musiche forse in voga a quei tempi, sebbene non me le ricordi più. Non so perché di tutte quelle canzoni mi sia rimasto in mente solo un ritornello che pressappoco faceva così: "Io ti voglio baciar sulla bocca più fresca di un fior...", che veniva cantata da non so quale voce femminile con intonazione retro, smielata e a suo modo sensuale, tipica delle cantanti dell'anteguerra.

    Finito il tempo delle musiche, venivano proiettate per una decina di minuti comiche, che suscitavano risa fragorose soprattutto quando c'era movimento (corse sfrenate, scontri disastrosi...), di cui era indiscusso mattatore "Ridolini", mentre i comici più nostalgici non incontravano molto. Poi era il momento della "Settimana Incom" con le notizie di cronaca che dovevano essere attuali, ma che qui giungevano quando erano un po' "stantie", però per noi era la stessa cosa, perché pochi ne erano informati e, tutto sommato, i servizi politici non interessavano; la platea si riscaldava solo quando veniva presentato qualche raro concorso di bellezza o qualche cronaca mondana.

    Dopo si accendeva la luce, che rimaneva giusto il tempo in cui "Nicche" inseriva la "pizza" del primo tempo del film. Di nuovo si faceva buio profondo, rotto soltanto dal raggio del proiettore, che fendeva la sala da cima a fondo allargandosi man mano, offuscato dal nebbione del fumo delle sigarette che un po' tutti gli uomini fumavano, compresi i giovanissimi che, nell'anonimato dell'oscurità, provavano le prime ebbrezze del vizio e così cominciavano a sentirsi un po' più grandi e importanti.

    Dunque, spenta la luce, il raggio magico andava a descrivere sullo schermo le vicende del film, che sottoposto al giudizio della gente veniva "tout court" definito "gavinoso" o "porpara", secondo se piaceva o no.

    Ma quello che ci induce alla nostalgia e ci commuove è il clima di grande partecipazione, direi persino troppo focosa, che le persone di allora avevano riguardo al comportamento dei personaggi, lontana anni luce dall'atteggiamento controllato e distaccato di oggi. Nella sala si levava un coro di fischi e di parole oscene per una donna poco perbene; non appena un protagonista si comportava scorrettamente, qualcuno si alzava in piedi ed inveiva contro lo schermo, proferendo epiteti irripetibili, innescando l'acciullo" tra la gente. Tale comportamento si protraeva con accanimento ogni qualvolta il personaggio si ripresentava. Opposto era l'atteggiamento per un eroe che veniva subito premiato con applausi e grida di approvazione, mentre nei film d'azione, quando ormai tutto sembrava perduto e poi invece "arrivavano i nostri", la gente si alzava in piedi e lanciava urli di gioia, accompagnati dallo sbattere frenetico dei pianali delle sedie, quelli che ritornavano spontaneamente verticali, provocando un rumore infernale, che faceva uscire di corsa i proprietari dalla biglietteria, con l'intento di ristabilire la calma e di salvaguardare gli arredi.

    Del tutto diverso era l'atteggiamento assunto dalla gente durante la proiezione di pellicole di forte carisma religioso; allora, infatti, diventava dignitoso, attento e silenzioso.

    C'erano anche film fatti apposta per commuovere, come "Il figlio di nessuno", tanto per citare un titolo, che smuovevano il pianto un po' a tutti, anche a quelli che si consideravano "fardacce" e che tutt'al più erano più bravi a nascondere la commozione. Abbastanza di frequente venivano proiettate pellicole americane un po' leggere, che mostravano una società opulenta, forse effimera, ma tanto invidiata. Queste non suscitavano, però, partecipazione attiva e solo quando c'era "Rita Rivoltiti", detta "Gilda l'atomica", la platea maschile si riscaldava.

    Il cinema offriva anche l'occasione ai ragazzi e alle ragazze di conoscersi un po', perché in strada non era concesso alle signorine di dare confidenza, pena l'essere giudicate un po' leggere. Allora al buio, in piedi, il giovanotto si faceva un po' audace e stringeva a sé la ragazza che aveva accettato la sua corte . A dire il vero non era tutto rose e fiori, perché c'era anche qualche individuo un po' avanti con gli anni, che con assoluta "nonchalance" faceva "la mano morta". La manovra, però, gli portava poco frutto, perché veniva subito isolato e allontanato.

    Questi sono i protagonisti e questa è l'umanità che gravitavano sotto la volta a botte del favoloso "Cinema Giardino" fino agli anni '50.

Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)

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