L'ugola di Porto Santo Stefano Non è molto che "Ciccì" se ne è andato. La malattia che lo aveva allettato l'ha costretto a lasciarci in punta di piedi, anche se sono certo che lui avrebbe preferito salutare la sua platea là, nella piazza principale, a modo suo, con una risata e il ritornello di una canzone appropriata. A vederlo nessuno avrebbe scommesso che un uomo così minuto e asciutto fosse in possesso di un'ugola straordinaria, intonatissima, se pure non educata, di una potenza eccezionale, tanto che quando era in zona, si faceva sentire da poggio a poggio. Nel fisico e nel volto aveva una vaga rassomiglianza con Totò e quando si recò a S. Girons (Francia) al seguito de "La Refola", dopo aver fatto due moine e intonato tre o quattro ritornelli, qualcuno lo "spacciò" per il cugino del celebre comico: i Transalpini abboccarono subito e così intorno a lui si andò radunando una piccola folla. Quando i comitati organizzavano le tombolate pubbliche di beneficenza, si mandava a chiamare Ciccì e lui allora là in alto, di fianco ad un grande cartellone di legno con i quadratini girabili, schierati in file, diventava il padrone della scena. I numeri, tornati come per incanto alla luce dal profondo di un sacchetto scuro, venivano da lui chiamati e per dargli maggiore dignità, li impreziosiva del significato che negli anni si erano guadagnati tra la gente di qui. Solo quando usciva il 69 non lo diceva, era sempre il "numero più bello" e basta. Allora il pubblico capiva, rideva di cuore e...qualcuno smarcava. Quando, con l'andar delle stagioni, sembrava che non ce la facesse più, fu sostituito da una voce "normale" con l'altoparlante: per noi la tombola non fu più la stessa e lui forse ci rimase male, perché la voce e la "verve" erano sempre quelle di prima. Si chiamava Silvero, della famiglia della "Santa Sordini", come subito lui teneva ad aggiungere, anche se per tutti era "Ciccì", per via di una caduta da piccolo che gli aveva rotto i denti davanti così che per un po' gli uscirono fuori parole che erano "cinguettii". Aveva iniziato la sua attività lavorativa come manovale, ma poi si era emancipato acquistando a rate un camion con il quale effettuava trasporti, anche se prevalentemente "careggiava" sacchi di farina per il molino di Orbetello, quello vicino al Duomo, dalle cancellate artistiche, che in passato era stato il fiore all'occhiello di Raffaele Del Rosso. L'autotreno, il suo "carretto siciliano", era stato da lui personalizzato secondo il suo modo di vedere le cose e la sua ironia. Non poteva quindi che essere colorato di un rosso carico e sul frontale, sopra la cabina di guida, in alto, in modo che fosse subito chiaro, aveva fatto dipingere la frase "Pensa per tè". Questi espedienti non gli dovettero essere molto efficaci, perché, da quando si era messo alla guida, il suo "leit motiv" fu il pagamento delle cambiali e le loro scadenze, che con ironia cercava forse di esorcizzare incastrandole in ogni discorso, in ogni bercio e in ogni canzone. Poi qualcuno gli trovò un posto fisso da netturbino e lui tomo a rifiorire e di cambiali non si parlò più! E per tacita e commovente gratitudine verso chi lo aveva sistemato, il suo nuovo impegno lavorativo era senza sosta: anche fuori dall'orario di servizio andava qua e là a raccogliere una cartaccia, a levare di mezzo un cartoccio o una borsetta che non avrebbero fatto fare bella figura al paese e a chi l'amministrava. "Ciccì" è stata una figura caratteristica unica nel suo genere, che a memoria d'uomo si ricordi nella storia del nostro paese. Se fosse nato all'ombra del Vesuvio, dove il grido e il canto, al pari del paesaggio e del teatro, fanno cultura e sono attentamente seguiti, studiati e riportati negli annali, avrebbe sicuramente trovato una sua nicchia di rilievo. Invece era nato qui, tra gente non avvezza a queste cose, e solo il suo insopprimibile bisogno di esprimersi a squarciagola e di coniare secchi "lazzi" "a tutta gallara" l'aveva comunque fatto diventare personaggio. Man mano che uscivano le canzoni d'amore che lo colpivano, ne traeva subito il ritornello o poco più, che gli rimaneva appiccicato dentro e che spargeva ai quattro venti. Da molti anni, però, le sue melodie non si erano più aggiornate, perché quelle moderne non avevano più "il sentimento di quelle di prima". Il pezzo che ha più amato e ripetuto era "Ogni volta", che Paul Anka, un cantante fatto arrivare dall'America, aveva presentato al Festival di Sanremo. E quando andò in coma per un grave infortunio, in sala di rianimazione non si trovò migliore medicina che ripetergli incessantemente "Ogni volta". La medicina canora funzionò a dovere tanto che lui si riprese bene e una volta ritornato in circolazione, restituì con gli interessi molte pozioni del prezioso farmaco. Con pari successo coniava frasi di poche parole, che però avevano un significato compiuto ed allusivo per le persone cui erano dirette: ciò denotava una capacità di sintesi non comune. Negli ultimi tempi lo colpiva il comportamento un po' abulico dei giovani che "ciondolavano" sui "murelli" di fianco alla piazza e, non potendo sopportare queste cose, gridava un "come farete?!", tremendamente allusivo, ma mai cattivo. Questi si risentivano un po' e allora lo pizzicavano sulla sua efficienza fisica, ma lui non si faceva mettere sotto "gambetta": faceva scomparire le loro voci non ancora mature con un potente "a chi?". Poi il "match" si concludeva, senza lasciare strascichi. Negli ultimi anni era molto dimagrito e gli avevano vistosamente ceduto le gambe. La sua andatura era diventata tanto incerta che, fatti pochi passi, si doveva fermare. Per poter mantenere l'equilibrio durante la deambulazione, doveva buttare le ginocchia verso l'estemo per poi poggiare pian piano a terra il tallone di "traverso": tal cosa gli dava un'incredibile leggerezza, come se camminasse su un cuscino d'aria. A noi che gli volevamo bene e lo consideravamo, ciò faceva tenerezza; ma non bisognava farsi ingannare dall'apparenza, perché lo spirito e l'animo erano ancora intatti. Ce ne accorgevamo quando passava una signora che "meritava": allora non mancava di appoggiarsi una mano di traverso sul cuore (come Napoleone, tanto per intenderci) e di mandare a lei e al vento un forte "Ahiiii, il mio cuore", modo tutto suo di rendere omaggio alle grazie femminili. Le signore non si offendevano, perché sapevano che era un complimento, anche se rumoroso. Impegnava poco la sua ugola la risata, che, chissà per quale motivo, stranamente era discreta, a mezza bocca, ma continua ed insistente tanto che alla fine contagiava anche l'interlocutore che non ne aveva voglia. Questo era "Ciccì", anzi "Ciccillo", come si definiva lui, che, avendo ricevuto dal Padreterno il dono di un'ugola d'oro, l'aveva messa a disposizione di tutti.
Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)
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