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Il chirurgo degli orologi

    Non era un fusto, anzi era bassotto e grassottello: fisico da "tonnetto", tanto per intenderci, che con gli anni si era alquanto "imbolsito" per gli stravizi che faceva.

    La faccia era un po' tonda e le labbra, carnose come quelle di un pesce pappagallo, gli permettevano di rifinire una voce grave da basso.

    Gli occhi erano scuri, grandi ed espressivi, da cane buono, incorniciati da cerchi di occhiaie violacee, testimoni di sbornie non ancora smaltite o in corso, che gli avevano fatto buscare il nomignolo di "brommoso". Questo soprannome spalleggiava quello di "Antonio bello di mamma", che si trascinava da quando era in fasce.

    Io, che lo avevo conosciuto un po' avanti con gli anni, lo potevo identificare con ambedue gli appellativi: quello di cui non aveva il merito o la colpa e quello conseguito sul campo.

    Da giovane aveva lavorato in Germania in una importante fabbrica di apparecchi di alta precisione, maturando anche una buona conoscenza degli orologi di tutti i tipi.

    Era poi ritornato al suo paese di origine, anche se spesso di lui non si sapeva più niente, perché l'aveva presa a girare per tutte le Maremme ed oltre, dalla costa labronica alle colline Metallifere, fino alla riva dei Tarquini, a riparare di porta in porta sveglie, pendole e qualsiasi altro strumento che avesse a che fare con il tempo.

    La sua attrezzatura era un monocolo nero che aveva sempre in tasca e una scatoletta di cartone dove teneva sfusi i cacciavitini dal manico zigrinato e dalla testa piatta, le pinzette a punta e i pezzi di ricambio tra cui luccicavano le rotelline dentate e le vitine di tutte le misure, accatastate una sull'altra in disordinata allegria così che era mirabile come lui sapesse subito riconoscere quella che serviva al momento.

    Andava a portare la sua "scienza" in tutti i piccoli paesi abbarbicati sulle creste delle colline che incorniciavano rocche gentilizie; in cambio richiedeva una modesta mercede e l'oro e il rubino delle vigne che quegli scoscendimenti rendevano preziosi.

    Era conosciuto un po' da tutti e quando faceva la rimpatriata a Porto S. Stefano, si vantava di essere il "chirurgo degli orologi di sette province".

    Ad un "ciao" di un vecchio amico riservava l'epiteto di "rugginoso", che, preso alla lettera, può sembrare offensivo, ma nel suo cifrario mentale, stava a dire che l'amicizia era tanto datata da avere avuto il tempo di ossidarsi. Dopo una breve stretta di mano, Antonio pregava l'amico di estendere i suoi saluti a "tutta la potentissima famiglia".

    Dalla Maremma aveva preso il vezzo di declamare a memoria interi passi della "Divina Commedia", pratica appresa durante le veglie invernali al caldo dei ciocchi che scoppiettavano nel focolare delle osterie dei paesi e dei casolari sperduti tra marruche e forteti. Amava particolarmente il passo del Conte Ugolino, che recitava in piedi con solennità a voce grave e con le pause che il triste caso richiedeva; a dare più forza drammatica univa il gesticolare del braccio destro, che ad ogni fine di capoverso andava a fermarsi di scatto in aria, in un ideale punto basso.

    Spesso aveva delle battute pronte e fulminee, che facevano subito il giro del paese, come quella volta in cui sul pullman della "Nazionale" un orbetellano (allora c'era un po' di campanilismo e i lagunari si sentivano più evoluti di noi) lo punzecchiò con "Voi di Santo Stefano siete indietro", intendendo dire "retrogradi". Lui di rimando: "Hai ragione, però voi ancora dovete partì".

    Oppure quando andò a Piombino e scese dal mezzo pubblico proprio sotto la targa di "Via Antonio da Piombino" (strada dedicata ad un illustre cittadino del passato) e subito, rivolto agli astanti, con calcolato risentimento, disse forte: "Sono appena arrivato e già mi volete manda via?" (come abbiamo visto si chiamava Antonio).

    Ma i pezzi forti del suo repertorio erano gli scontri "epici", frutto della sua inesauribile fantasia che per alimentarsi richiedeva la ricompensa dello stupore, dell'assenso e del sorriso del suo pubblico, molto folto perché allora nel paese c'erano pochi altri passatempi. Così, quando era un po' alticcio, si sentiva tanto forte da dire che, se dava un cazzotto ad un avversario, se non si portava un panino, moriva di fame per aria; un'altra volta, scegliendo la via del suolo invece che quella del ciclo, disse di un contendente: "Lo strusciai in terra con tanta violenza che si incendiò".

    Quando era più sobrio, le lotte erano equilibrate e si uniformavano alla regola cavalieresca di "un di noi, un di loro", ma poi aggiungeva: "Se avessi tanta forza quanto coraggio, sarebbero affaracci". C'era poi il definitivo riconoscimento del valore altrui e un certo opportunismo quando la sua inferiorità era bene evidente, come successe quella volta a Niccioleta, centro minerario del Grossetano, quando al bar ordinò: "Un bicchiere di vino, altrimenti pesto tutti", ma un tocco sulle spalle da parte di Milo Malagoli, il gigante maremmano di due metri e quindici, (che "ciombava" i "caratelli" dell'olio con un cazzotto), gli fece subito cambiare idea: il barista doveva riempire "due bicchieri di vino, altrimenti io e lui picchiamo tutti".

    Un'altra volta, a metà del Corso, un giovane gli tirò in faccia un polpo, prelevandolo da una cassetta di pesce; lui, dopo un primo momento di stupore, gli gridò indignato: "Ripeti il tuo folle gesto se ne hai il coraggio". Il temerario gli vuotò l'intero contenuto in testa e gli disse: "E ora, che mi fai?"; lui di rimando con calcolata flemma: "Bravo, ti perdono, perché nessuno ha mai avuto il tuo fegato".

    È bene evidente che, oltre ad essere una persona che sapeva esprimersi, era un uomo in possesso di una certa professionalità: una volta sul deschetto del "Balietto", ciabattino di allora, gli vidi riparare una sveglia con un trincetto ed un paio di pinze!

    Avrebbe potuto aspirare ad una solida posizione economica e a farsi una famiglia. Spesso mi sono chiesto perché non l'abbia fatto e ho tentato di ricercare quali potessero essere le motivazioni che lo portarono a condurre una vita così precaria, da nomade; mi fermavo all'esteriorità che tutto fosse dovuto al vizio del bere, rafforzato dal fatto che negli ultimi tempi bastava un sorso per mandarlo in tilt.

    Ora che si è depositata tanta polvere dal momento della sua scomparsa, credo, o almeno voglio credere, che la sua sia stata una scelta di vita, che lo portava a spostarsi di gente in gente. Era, forse, uno spirito libero che sentiva l'urgente necessità di legarsi un po' a tutti e a nessuno e a vivere alla giornata.

    Poi sulla sua strada polverosa aveva trovato un compagno subdolo di viaggio, che, per farsi accettare, lo faceva sentire più importante e gli faceva dimenticare gli affanni di tutti i giorni. L' "amico" gettò la maschera quando ormai si era impossessato della sua ragione e della sua anima; aveva un nome bello e terribile: si chiamava alcool.

Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)

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