Unca bisunca Aveva un robusto carretto con un ampio pianale e due grosse ruote con i raggi di legno, rinforzate tutto attorno da due cerehioni di spesse verghe di ferro, che ad ogni sconnettitura dei lastroni di granito del Giglio (che allora ricoprivano le vie del centro storico di Porto S. Stefano; poi, chissà perché, molte hanno conosciuto l'onta di essere ricoperte dall'asfalto) sobbalzavano spandendo nell'aria un rumore secco e schietto di mandorle acciaccate. Il suo "barroccio" era simile a quelli che "careggiavano" le cassette del pesce dalle "friggere" della Pilarella al piazzale del Valle, dove all'imbrunire e di notte venivano caricate di tutta fretta su camion per essere vendute di prima mattina nei mercati delle città. Il carretto era ben tenuto e ricoperto da mani di vernice di un bel punto di grigio, lo stesso che veniva dato alle barche della piccola pesca. Dal piano del carro si "sdilungavano" in avanti due lunghe stanghe, tra le quali lui si introduceva come fosse un cavallo. Era il suo unico mezzo di lavoro e nelle ore morte, quando non c'era da fare viaggi, si concedeva uno "scapuzzone" sopra o sotto il pianale, secondo le condizioni del tempo. I suoi guadagni erano costituiti dal compenso che riceveva per il trasporto di pacchi e valigie dalla piazza principale o dal Piazzale dei Rioni, dove faceva capolinea il pullman della "Nazionale", fino alla poppa del "postalino" per l'isola del Giglio, proprio accanto al molo della "Sanità". I soldi che incassava credo che gli fossero sufficienti per tirare avanti, perché non aveva esigenze (con le scarpe aveva "fatto sciarra" già da molto tempo e non mi ricordo bene se le portasse almeno nelle giornate più rigide) e doveva provvedere solo a se stesso, perché non si era sposato. Era di statura alta, ma forse lo sembrava di più per la sua magrezza da legno schietto tagliato a luna buona; a guardarlo bene, lasciava immaginare che avesse avuto notevole vigoria in gioventù. Si copriva la testa con una spagnoletta blu, una di quelle che usavano tanti marinai e un po' tutte le persone di una certa età; lui aveva preso l'abitudine di fame il suo forziere dove mettere al sicuro, sotto diretto controllo, i soldi. Il basco aveva conosciuto tempi felici: aveva messo su pancia quando il suo padrone aveva venduto i terreni ereditati e poi, con il passare degli anni, si era fedelmente adeguato al vivere giorno dopo giorno. Aveva una faccia proporzionata alla sua figura allampanata, forse spigolosa, riempita dagli spunzoni della barba sale e pepe (più sale che pepe), da cui si affacciava un naso normale, forse un po' adunco; sotto si apriva una bocca orfana di tanti denti, che faceva rientrare le labbra che diventavano sottili Il suo nome di battesimo era Antonio, cui seguiva un cognome comune nel paese; ciò era troppo poco e banale per la gente di qui che aveva nelle vene l'uzzolo di appioppare nomignoli fantasiosi e calzanti (c'è voluto un libro per raccoglierli tutti!), che poi rimanevano appiccicati per tutta la vita e nemmeno la morte se li portava dietro, nel caso che il titolare avesse avuto eredi. E così, insieme alle due "poste" di vigna e ai "quattro muri" in paese, i congiunti più prossimi ereditavano il "titolo nobiliare" che il capostipite si era "conquistato". Antonio era conosciuto come "Cannella", per la sua chiara simpatia per i rubinetti (quando si aprivano, si intende) delle damigiane e delle botti di vino. Questo attributo non lo offendeva, anzi quando era in vena, presentava il suo biglietto da visita orale così: "Mi chiamo "Cannella": è meglio il vino della vinella" (tanto per essere chiari). Il vizio del bere col tempo lo aveva rinseccolito, perché gli toglieva la voglia di mangiare, ma la sua fibra era tanto resistente che anche quando aveva alzato un po' troppo il gomito, nell'incedere sembrava sempre lo stesso, semmai altri segni tradivano lo stato di disagio. Era sostanzialmente pacifico e bonario, incline al sorriso e alla battuta enigmatica; perdeva le staffe solo quando gli interlocutori, con insistenza premeditata, lo provocavano eccessivamente. Credo che sostanzialmente si sentisse un po' solo e che cercasse di stabilire un contatto umano, anche se non lo dava ad intendere, nascondendosi dietro frasi ermetiche e parole strane, che qualcuno diceva albanesi. Me lo fa credere il fatto che lui salutava un po' tutti a modo suo, con un "Arimunciallah, Salomè do' sta?" (dove "Arimunciallah" nel mio ricordo e in quello di qualcun altro è "Arimuccia sfa"). Qualche volta erano rime un po' facili, seppure mantenessero sempre un non so che di non ben definito, come: "Può darsi che nell'andare, molte cose potrai ritrovare". E provate ad esercitare la vostra logica e la vostra fantasia per dare un significato a questa composizione di Antonio "Cannella", forse la più riuscita, che nessuno più ricordava bene e che riemerge grazie all'esercizio della memoria del mio amico Zoraido:
Mi da da pensare e mi fa stravedere quell' "Unca bisunca" (io, veramente, me la ricordavo come "Unca dunca", che è la stessa cosa), perché ha il suono, la preziosità e il valore evocativo di una formula magica, capace a mio avviso di stare insieme e di non sfigurare con l' "abracadabra" che Disney ha fatto conoscere al mondo, diventando l'essenza stessa della magia. Antonio non fu più lui da quando qualcuno, credendo di fargli solo uno scherzo, seppure pesante, lo mandò dritto dritto all'ospedale: si era da poco posto nella braccia di Morfeo ristoratore, che tutto fa dimenticare, quando qualcuno gli inserì tra le dita dei piedi roba infiammabile e gli dette fuoco. Le fiamme, forse spente con un po' di ritardo, gli procurarono ustioni serie tanto che da allora non riuscì più a camminare bene. Così, zoppicon zoppiconi, si è diretto al suo ultimo giaciglio e, stanco e deluso, si è addormentato tra le braccia di Cristo, sicuro che almeno lì, dove c'è giustizia e amore, non gli tirino qualche brutto scherzo. Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)
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