Teopisto Solo in mezzo al mare, tra schizzi e sbruffi, Teopisto lentamente si allontanava dalla riva e dalla vista. Quando ormai la parte emersa del suo corpo non era più ben definita, da un occhio profano poteva essere scambiato per qualche "furone" in transito nel nostro golfo. Aveva un modo di nuotare del tutto personale e non ortodosso, che non trovava riscontro nei manuali ufficiali della Federazione, tanto che noi ragazzi di allora, oltre al crowl, la rana, la farfalla e il dorso, praticavamo la nuotata alla "teopista", stile che ancora qualcuno ricorda e sa imitare. Il suo procedere in acqua era nervoso e a scatti, caratterizzato da una vigorosa bracciata saltellata e rientrante che andava a schiaffeggiare di traverso l'acqua con forza, seguita da uno scomposto e ampio "compasso" della gambata destra che faceva uscire abbondantemente dalla superficie il piede e, quando in aria acquistava velocità, giù un violento calcio che faceva alzare verso l'alto spuma e sbruffi marini. Già da un pezzo, su uno scoglio dell'antimurale dell'Accetina, aveva ricomposto ordinatamente in un involto, fatto di un asciugamano stinto dal sole, i suoi pantaloncini corti, la canottiera bianca di cotone e, a far da base, un paio di zoccoli piani, risuolati con la gomma, con le fasce di cuoio sempre lucide di ceretta. Poi lentamente scompariva dall'orizzonte e non si vedeva più. Ritornava a riva dopo qualche ora e questo faceva nascere nella fantasia popolare straordinarie e mitiche imprese natatorie: si diceva che Teopisto andasse a nuoto fino a Talamone e poi tornasse indietro. Senza alcuna assistenza e con quello stile natatorio l'impresa tecnicamente non pare credibile, ma penso che poco importi che sia vero o no, perché rimane intatto il fascino di un uomo che affronta in solitario il mare aperto, impresa non comune per quei tempi, il tutto sotto la spinta della pura passione, della soddisfazione personale e del grande amore per il mare. Questo aspetto avventuroso e originale non era il solo che individuava in Teopisto uno di quei personaggi che nei piccoli paesi, quando le comunicazioni e le influenze esterne erano ben poche, si distinguevano tra la popolazione locale. Nella vita di tutti i giorni era insegnante di disegno nelle scuole medie e di avviamento di Porto S. Stefano e di Orbetello, anche se lui si considerava soprattutto un maestro e cultore delle arti figurative. E così il suo aspetto esteriore rispecchiava una figura accademica di artista di stampo ottocentesco, come se ne vedono negli autoritratti del Fattori e di altri macchiaioli. Coltivava una fluente e lunga zazzera nera ben impomatata tirata a lucido sul retro fino alla radice del collo, a cui faceva pariglia un imponente fiocco di raso nero i cui flosci bordi scendevano sul petto, molto al di sotto del colletto della camicia. Era di complessione forte e sanguigna, di statura media; completava la sua "macchietta" un grosso e spesso neo su una guancia e poi quelle "divine" gambe da cavallerizzo così storte che nemmeno i pantaloni lunghi e larghi di un tempo riuscivano a celare e che, con il passare degli anni, si andavano sempre più arcuando. Il suo modo di gesticolare era a scatti, seppure non scoordinato, e il parlare era fitto fitto con una parola di seguito all'altra, senza pause, il che non dava tregua all'interlocutore tanto da rendergli faticoso seguire il suo discorrere, specialmente quando si accalorava in discussioni su arte, artisti e... signore. Era unanimemente considerato un ottimo insegnante, uno di quelli che si impegnano e fanno lavorare i ragazzi, coinvolgendoli e facendo loro amare la materia. Generazioni di Santostefanesi e di Orbetellani hanno appreso il disegno tecnico e ornato da Lui ed è ancora oggi tanto vivo il ricordo e l'ammirazione che quei lavori di tanti anni fa, ingialliti e macchiati dal tempo, sono stati tirati fuori dagli armadi e dai ripostigli ed ora, incorniciati ad arte, fanno bella mostra di sé nei salotti di numerose case dell' Argentario. Sono questi lavori ben squadrati e precisi che riproducono stili e particolari architettonici classici a china o ritratti a lapis della statuaria greco-romana antica con volti di eroi e filosofi, che portano ancora indelebilmente il timbro della scuola e in sovrapposizione la firma di Teopisto. Anch'io ho avuto la fortuna di conoscerlo sul campo, quando le scuole medie, ubicate nei locali dell'antica Fortezza spagnola, non ancora parificate, erano gestite dal Centro per la Diffusione della Cultura di Firenze. Mi ricordo che, appena giunto in aula, deponeva in terra la sua gonfia cartella di cuoio marrone che, seppure screpolata dal continuo uso e dal tempo, manteneva una sua dignità; dentro trovavano posto i suoi personali strumenti consistenti in squadre, goniometri ed un compasso di legno da lavagna con il gesso inserito, al quale, con abilità, arcuando incredibilmente il pollice a contrasto, con un temperino tascabile faceva una punta sempre ineccepibile. Le lunghe righe millimetrate in giallo, invece, non riuscendo ad essere contenute completamente all'interno, debordavano orizzontalmente ai due lati superiori, conferendo alla borsa un aspetto aereo. Questi erano oggetti che oggi davvero potrebbero ben figurare in un mercatino di modernariato e che nella mia carriera scolastica non ho più rivisto. Poi indossava un lungo "spolverino di frustagno" color kaki, abbottonato sul davanti per non impolverare i suoi vestiti e così iniziava la lezione, squadrando la lavagna. A questo punto eseguiva sulla stessa le proiezioni ortogonali di cubi, coni e sfere che intanto gli allievi, dietro il suo esempio, riproducevano con facilità su quei candidi fogli da disegno che in controluce tradivano i marchi della Fabriano. Aveva una grossa ernia inguinale e proprio quando non ce la faceva più, si concedeva una pausa fisiologica avvicinandosi quatto quatto allo spigolo della scrivania e con apparente noncuranza, continuando oralmente la sua lezione, credendo di passare inosservato, "cavalcava" la cattedra appoggiando per un attimo di riposo il suo ingombro, che avrebbe avuto la necessità di una sollecita operazione che invece rimandava di primavera in primavera. Teopisto non insegnava solo il disegno tecnico a lapis e a china, faceva eseguire anche lavori con l'acquerello. Come erano belli ed eleganti quei piccoli vasetti di coccio dipinti a righe o con figure nere o rosse di imitazione etrusca, dentro i quali con grande cura preparava i colori di base, badando di non mescolarli! Appena finita la lezione, il liquido rimasto nei recipienti non veniva gettato via, ma veniva accuratamente messo da parte su un davanzale interno dell'aula per essere riutilizzato altre volte, perché allora non era concesso buttare via niente. E quando un ragazzo della nostra classe di due o tre anni più grande di noi, come ce n'erano nelle classi dell'immediato dopoguerra, ebbe la disgraziata idea di mescolare i colori, successe un pandemonio. Con un fiuto da segugio di razza individuò immediatamente il colpevole e subito lo tirò fuori dal banco accompagnandolo rapidamente fuori dall'aula a calci, o meglio a ginocchiate, perché il ragazzo ormai sviluppato in altezza ed il suo camice stretto e lungo, abbottonato fino in fondo, non gli consentivano di arrivare direttamente con il piede al deretano. Vi posso assicurare però che l'effetto fu lo stesso, perché i colpi venivano dati con forza a velocità impressionante, accompagnati da urli resi incomprensibili dall'ira. Questi curiosi episodi di vita scolastica così lontani nel tempo mi venivano richiamati alla mente dal mio caro amico Bruno Piccinotti, quando si sentiva in vena. Ed immancabilmente ad un primo momento di serena e vivace ilarità subentrava poi una sottile e penetrante commozione, come se ne può provare per una persona cara che non c'è più o forse inconsciamente per il tempo che inesorabilmente travolge tutto.
Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)
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