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La giara cufica

    Era una "cala" come tante, in un giorno qualsiasi di un anno a cavallo della seconda metà degli anni '50, poco fuori la punta di Capo Caccia, nei paraggi della bella Alghero di nobiltà catalana.

    In quei tempi i nostri motopescherecci, almeno quelli più grandi che potevano, si spingevano fino alle coste della Sardegna, per prendere un po' più di pesce in quei mari allora vergini. Ogni volta, per più volte in una giornata, una cordicella, ultima propaggine della rete, faceva aprire il sacco, che riversava sulla tolda di poppa una "palla" di sudiciume del fondo, tra cui affioravano i pesci imbrattati di fango, che a contatto con un mondo loro estraneo, si dibattevano più forte che potevano. Il pescato veniva "capato", "baiato" (lavato cioè in una "baia" piena di acqua di mare e ghiaccio) e poi "incugnato" nelle cassette di legno. Rimanevano a vista solo le teste, guancia a guancia come volessero farsi compagnia e dal colore, ora rame martellato, ora argento venato di grigio, ora diafano come un vetro antico, tradivano l'appartenenza alla propria specie ittica. Poi al volo rapide "sassolate" di ghiaccio macinato andavano a colmare le cassette che il passamano veloce dei marinai faceva scomparire nel ventre della ghiacciaia.

    Quella volta le cose non andarono per il verso giusto. La rete faceva fatica a venire su e gli "scavezzi", un matrimonio di fili di corda e di acciaio, dallo sforzo che facevano si strizzavano e gemevano, lanciando tutto intorno una pioggerellina stizzosa.

    Allora "Lello il Muscino", capopesca dei più bravi, fece "assuccà" piano piano il "meschiere" fino a portarlo a vista sotto la carena, badando di non fargli toccare l'opera viva della poppa. Tutto l'equipaggio tirò un sospiro di sollievo quando vide che non si trattava di una mina dai mille "bitorzoli" mortali, ma di una grossa anfora.

    Una volta a bordo, dopo che il bigo aveva fatto il suo dovere, si resero subito conto di avere tirato su un oggetto fuori del comune, anche se a quei tempi di questi reperti ce n'erano tanti e di tutte le dimensioni, tanto che spesso conveniva ributtarli in mare, specie se non erano sani.

    Tutta la ciurma del "Monte Argentario", dell'armatore "Genietto" Loffredo, con la massima cura posò sulla coperta il fondo della rete. Tirata la solita cordicella, il sacco fu sfilato verso l'alto, come la sottoveste di una donna, lasciando nuda e all'impiedi la giara panciuta. Poi un "maquillage" di due o tre secchiate di acqua mise in rilievo meravigliose decorazioni che si alternavano giro giro. Fu svuotata del fango e dell'acqua, pulita delicatamente con spazzole di saggina, prima di essere messa al sicuro, legata strettamente alla murata con molti giri di fune, quasi un novello Ulisse che vuole sfuggire alle lusinghe delle sirene.

    La notizia del ritrovamento si sparse in paese e, quando il "Monte Argentario" attraccò alla banchina del porto, ad attenderlo c'erano una piccola folla di curiosi e il comandante del porto, che prese in consegna il grosso otre.

    Ma tutti lo volevano vedere e allora la capitaneria fu presa d' "assalto". Qualcuno convinse l'autorità marittima ad esporlo temporaneamente per farlo godere alla popolazione. Fu così esibito in pompa magna nella bella vetrina del nuovo negozio di Euro Mascioli, nel Corso.

    Il sovrintendente di Firenze, Dr. Caputo, considerata l'eccezionalità del reperto, incaricò il suo fiduciario locale, l'avvocato Ennio Oraziani, di contattare l'armatore e di fare un'offerta. Con 200.000 lire, discreta cifra per l'epoca, lo Stato entrò in possesso di un bei pezzo e "Genietto" fu compensato del mancato pescato.

    Cosa aveva di tanto importante quella giara di cotto? Intanto si trattava di un contenitore per il frumento, che si andava ad incastrare in uno stampo nel fondo della stiva di un qualche veliero berbero, residuo testimone di chissà quale lontano tragico naufragio.

    La sua "silhuette", così abbondante, nella parte superiore portava bande incise, che sembravano disegni, ma che erano una vera e propria scrittura decorativa, che si usava nei paesi arabi, nel periodo classico, per dare più pregio ai monumenti e alle monete. Tale grafia è detta "cufica" e bene si differenzia da quella da noi conosciuta come arabo e che è detta "nashkhi".

    Finita l'esibizione, la giara prese forse la via di Palermo, dove tuttora dovrebbe trovarsi, a fare compagnia ad oggetti della stessa civiltà, che testimoniano la presenza dell'Islam in Italia'.

Cosmo Milano (Mino di Maria di Claudio)

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