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Presentazione del libro "QUANDO LA RETE SI TINGEVA D'ARGENTO"

Non avevo ancora smaltito l'entusiasmo scaturito dalla lettura del libro su "La Croce" che Mino mi fa assaggiare il suo ultimo scritto "Quando la rete si tingeva d'argento". Ed ecco di nuovo immergermi in un mondo realmente da me vissuto, ma immaginifico, fantastico, perché visto con gli occhi del bambino, un mondo fatto di scogli, mare limpido, alghe rigogliose e brommi, popolato da ragazzini che a quattro anni imparavano a nuotare da soli davanti a casa, prima che fosse costruito il primo lungomare, e che "neri come tizzi" stavano in riva al mare a pescare mozzoni, bavose e pitteri da mattina a sera. Un mondo quando invece dei panfili, sul molo della Pilarella, erano ormeggiate le paranze e il vaporino del Giglio ed invece dei negozi c'erano le "friggere" ed invece delle macchine, allora quasi inesistenti, c'erano i barrocci ed invece della cosiddetta Piazza delle Meraviglie c'era una "piazzetta" di paese meno appariscente ma decisamente più bella, adornata di murelli e panchine in granito del Giglio, scalpellato a mano. E che dire dei guzzetti a remi ormeggiati lungo la banchina o dello Scalo Domizio dove noi ragazzini giocavamo a pallette o a sassate o preparavamo i nostri rudimentali chiattini con tavole, chiodi e pece, del Corso Umberto quando era ancora tappezzato con pietre di granito ed era il luogo dello "struscio" e della vita sociale del paese, dei vicoli deserti della Croce e della Fortezza, regno assoluto dei ragazzi che scorrazzavano con monopattini di legno o barroccini con rotelle o giocavano a "uno alla luna" o a "scaricabalocco"? Ed è in questo villaggio ormai fuori dal tempo che Mino ha inserito i mitici personaggi di allora: il Maestro Teopisto con il suo aspetto da artista bohemienne, Antonio Cannella con le sue misteriose e divertenti filastrocche ("unca bisunca, rupo rumeno" ) che il simpaticissimo Billi ricorda ancora a memoria, Antonio Bello di Mamma, l'orologiaio senza fissa dimora e dalla battuta salace e sempre pronta, Ciccì con la sua voce possente e dallo stornello facile. Ed il ricordo di Mino va anche ad un paesano "verace" come Enrico Zolesi che nella sua cartolibreria aveva creato il naturale ritrovo dei santostafanesi DOC, il salotto dell'autentico idioma nastrano (non era soltanto dialetto, ma rivivere attraverso il linguaggio tutto un mondo particolare ricco di tradizioni e di umanità). E che dire poi della bottega di Maria di Claudio, l'antica drogheria di famiglia descritta così bene e dettagliatamente che potresti sentirne ancora i profumi delle spezie e dei dolciumi di allora. A me nel contempo sono venuti alla mente tutti i personaggi tipici che riempivano la nostra vita di bambini. Ricordo bene un pescatore di polpi che tutto il giorno solcava il mare con il suo guzzetto a remi e ripeteva "cuccù acque turbe e brommi" o un vecchio, che noi avevamo ribattezzato Diavolo Pigliolo, grande bestemmiatore e sputacchiatore che rispondeva con improperi a rima baciata agli "acciulli" di noi ragazzini. Ma i personaggi erano così numerosi e la vita semplice del paese era così intensa che bisognerebbe seguire Mino e descrivere più in dettaglio questo mondo santostefanese così unico, ricco e perduto. Grazie, Mino, per avercelo fatto rivivere almeno nei ricordi ed auguro a me e a tutti i santostefanesi veraci che tutta questa inestimabile ricchezza di tradizioni e storia sia recepita e fatta propria, almeno una 'nticchia, dai giovani del paese.

Silver Reggiani

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