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Findi, Tittone e  Giampino nella grotta degli stretti 1961

A Monte Argentario, lungo la strada che conduce a Porto Ercole, c'è una località chiamata "gli stretti" che si trova proprio ai piedi del nostro unico monte da noi denominato "il monte dei frati". In questa località, c'è una piccola galleria in disuso che, prima della seconda guerra mondiale, serviva a far passare il trenino che da Orbetello portava a Porto S. Stefano. Nel suo interno, a circa metà strada, c'è una nicchia che è l’accesso ad una grotta lunga circa trentacinque - quaranta metri e fu resa famosa da Leopoldo II, granduca di Toscana, che la volle visitare a fondo. All'entrata, subito dopo aver percorso qualche metro, si entra nella "sala del Granduca" dove c'è un ampio laghetto e la grotta arriva ad un’altezza di circa una decina di metri. Questo laghetto profondo circa due metri ha una sua fauna particolare, attraverso un’altra apertura, si entra in un cunicolo dalla larghezza  ed altezza di un metro e mezzo .... e poi ................ buio, tanto buio fino al trentacinquesimo metro. Della grotta, che è interessantissima si potrebbe parlare molto ma passo subito alla storia che è abbastanza penosa ma anche  .... divertente.

               Correva l'anno 1960, io, che avevo 13 anni, sentivo spesso parlare di questa grotta che  tutti i miei coetanei avevano paura di affrontare perché buia e pericolosa, infatti, il cunicolo interno aveva alcune diramazioni che potevano disorientare coloro che vi si avventuravano. Molti nostri amici provavano ad entrare, ma, dopo aver fatto pochissimi metri, ritornavano subito indietro spaventati, altri riuscivano ad arrivare alla sala del granduca e poi, fieri della loro impresa, ritornavano gloriosi all'aperto. Un gruppo di bambini un po' più svegli, due particolarmente predominanti, Pela e Fogna, riuscirono ad andare vicino al trentacinquesimo metro. Scoprirono due altri piccoli laghi ribattezzandoli con i loro rispettivi soprannomi, lago Pela e lago Fogna. Subito dopo il lago Fogna trovarono un cassone che assomigliava ad una cassa da morto con dentro alcune ossa (forse ossa di animali). La cosa era risaputa e tutti avevano paura ad entrare in quella grotta per  spingersi oltre.

               Un giorno decidemmo di entrarci e spingerci oltre i due laghetti Pela e Fogna. Eravamo io (Findi), Mauro detto Tittone, Giampaolo detto Giampino, e altri due che adesso non ricordo. Portammo con noi la batteria  di un motoscafo (quello del Bucaniere) con una lampada che sistemammo proprio nella sala del granduca. In quello spazio chiuso, la lampada faceva una luce intensissima. La batteria con la lampada rimase nella sala del granduca. Attraversammo il laghetto e ci inoltrammo dentro la montagna, lungo il cunicolo. Fatti alcuni metri trovammo il buio completo, quindi accendemmo due delle nostre tre torce elettriche. Assistemmo ad uno spettacolo sorprendente! C'erano stalattiti e stalagmiti dappertutto! alcune stalattiti partivano dal soffitto del cunicolo ed arrivavano fino a toccare il suolo ed erano talmente recenti e fragili,  che potevamo rimuoverle con la sola forza delle mani. Atre, invece, erano più consistenti e ostacolavano la nostra marcia verso l'interno. Le stalagmiti erano forti e dovevamo scavalcare quelle più grosse. Le formazioni calcaree avevano dei colori stupendi!

                Continuammo ad inoltrarci verso l'interno e non stavamo zitti. Ogni tanto Tittone faceva una battuta riguardo la forma a pene eretto di alcune stalagmiti che ci faceva ridere tutti. Io invece ebbi l'insana idea di verificare cosa si provava  al buio. La bravata convinse tutti: dovevamo spegnere per alcuni instanti le torce e vedere che effetto ci avrebbe fatto il buio. Non avremmo dovuto farlo! Non  so che sensazione abbiano provato gli altri,  ma la mia fu davvero terrorizzante! Non si vedeva nulla, l'orientamento non esisteva più, perciò non riuscivo a riconoscere la direzione dell'uscita da quella dell'entrata. La prima cosa che mi venne in mente fu quella che saremmo potuti rimanere senza la luce. Accesi immediatamente la torcia e fu un grande sollievo, ma Tittone aveva fatto cadere la sua. Dopo averla cercata per un certo tempo, rimanemmo pietrificati come le stalattiti che ci circondavano, vedendo che il flash era caduto dentro una piccola pozza di acqua e che lo conteneva tutto. Tittone lo prese e provò ad accenderlo........ niente! Giampino voleva ritornare indietro e per poco non riuscì a convincere anche me, mentre Tittone e gli altri due decisero di continuare. "Abbiamo due torce ancora cariche e possiamo continuare"

                  Continuammo ed arrivammo al lago Pela, lo attraversammo e riprendemmo il cammino verso l'altro lago. La paura incominciava ad impadronirsi di me  ed anche di Giampino. Le mani ci tremavano, ma Tittone volle continuare. Il cammino diventava sempre più difficile, mentre le stalattiti erano sempre più fitte ed i nostri movimenti sempre più da contorsionisti. Io pensavo a quello che poteva succedere se avessimo esaurito le batterie delle torce. Non avevo ancora finito di pensarci che mi cadde in terra il flash e, nel momento che toccò terra, di colpo si spense e non ci fu verso di riaccenderlo. Buio completo: Giampino incominciò a piangere, ed io gridavo disperato! Un nostro compagno tirò fuori l'atro flash e, nonostante fosse ormai l'unico rimasto, Tittone lo prese in mano e  volle proseguire. Non ci fu nulla da fare per convincerlo! Se volevo tornare indietro, mi disse,  dovevo farlo senza luce, perciò non avevo altra alternativa che continuare, nonostante la paura che ormai dominava me e Giampino.

                   Arrivammo al lago Fogna, lo passammo e ci inoltrammo ulteriormente dentro la montagna (ricordo al visitatore del sito che il più grande di noi, Tittone aveva 14 anni). Incontrammo il cassone con le ossa dentro che nessuno osò toccare. Desideravo tanto fare marcia indietro ma Tittone continuava imperterrito ad avanzare. Ad un certo punto, forse al trentesimo metro, l'unico flash che era rimasto funzionante incominciò a perdere intensità luminosa. Le batterie di quell'epoca duravano pochissimo e, a quel punto, anche Tittone incominciò ad aver paura. Decidemmo quindi di ritornare indietro immediatamente. Nello stretto cunicolo che ci permetteva di camminare solamente in fila indiana, ci mettemmo di fianco per far passare Tittone in capo fila ed invertire la rotta. La torcia continuava ad indebolirsi ed il cammino del ritorno era ancora lungo. Avevamo marciato per circa un’ora nella direzione delle viscere della montagna e la batteria sicuramente non avrebbe retto. Tittone cercava di tenere su il morale, ma ormai il panico si era impadronito di noi. Ogni tanto, camminavamo in quei passaggi tortuosi con la torcia spenta per risparmiare energia, ma la cosa era molto complicata. Ci fermammo a riflettere, ma Giampino piangeva a dirotto e io gridavo aiuto come se ci fossero persone pronte ad ascoltarci dall'esterno, ma  così non era! Riprendemmo il cammino decidendo di non spegnere più la torcia. Durò soltanto dieci minuti ed avevamo ancora davanti a noi un cammino di circa cinquanta minuti di tortuosità da percorrere completamente al buio! Tittone ci tranquillizzò dicendoci che se si fossimo fermati per una decina di minuti avremmo acquistato la facoltà di vedere al buio. Aspettammo, ma il buio era pesto e rimaneva pesto! Dovevamo procedere alla cieca verso l'uscita e la cosa era ardua. L'unico problema risolto era l'orientamento, infatti, in fila indiana non era possibile invertire la rotta, quindi, a tentoni, continuammo ancora per un po', ma ci dovemmo fermare per il pericolo o di cadere o di ritrovarci con una stalattite in un occhio.

                     Fu allora che mi misi la mano in tasca e trovai una scatola di cerini ormai quasi vuota. Li contai passandoli dalla scatola alla mano di Tittone, facendo attenzione a non farli cadere. Erano quindici! Potevamo farci si o no 2 o tre metri. Riprendemmo il cammino al buio,  ma ci rendevamo conto che era impossibile procedere. Un lampo di genio mi balenò nella mente! "Tittone! Tira fuori il tuo pettinino!" gli dissi. Lui che non era uno sprovveduto capì subito e me lo mise davanti allungando il braccio. Lo accesi e subito il cunicolo si illuminò, quasi dandoci fastidio, ma era bello! era molto bello! Un fumo intenso ed un odore acre accompagnavano la luminosità, ma non ce ne fregava niente. Camminammo spediti fino al lago del granduca illuminato a giorno dalla batteria del Bucaniere e, finalmente, fummo in salvo!

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