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Findi (che sono io) e Gimbe su una grande petroliera 1974

Gimberto (soprannome derivato da Gilberto) è stato in gioventù uno degli amici più intimi. Abbiamo fatto le stesse scuole, frequentavamo la stessa classe ed eravamo sempre insieme anche nei pomeriggi , dopo le lezioni scolastiche. Terminati gli studi all'Istituto Tecnico Nautico di Porto S. Stefano, facemmo le valige e ci imbarcammo come Ufficiali sulle navi prendendo strade diverse. Navigavamo nei mesi autunnali, invernali, e primaverili per poter essere liberi nelle lunghe e calde giornate estive......... lunghe, calde e soprattutto piene di tope. Ci divertivamo spensierati con una cricca molto affiatata e vogliosa di cose strane. Prima di arrivare al nocciolo della storia racconto intanto qualche piccolo, ma divertente particolare.

               La cricca era formata, oltre che da Findi e Gimberto, anche dall'Osvaldo mio cugino, Sirio il bello, sempre circondato da donne che lui non voleva, Vittorio, Mario, Pino il c(i)eco (non era cecoslovacco ma semplicemente portava gli occhiali), altri e molte donne sempre e continuamente nuove. Curavamo ed amavamo molto le nostre macchine e spesso facevamo cose che non si dovevano fare con le sportive spinte come le nostre. A prescindere dai molti danni alle macchine per banali incidenti, ci è sempre andata bene riguardo i traumi fisici. Due fatti curiosi li voglio raccontare prima della storia, quello delle bravate su strada e quello della curva… della quale si era innamorato Gimberto.

                Dopo un'intera giornata passata al mare sulla spiaggia del Pozzarello, sentivamo il bisogno di fare degli scherzi da prete a qualcuno, anzi a molti scherzi con una sola azione. L'idea naturalmente era la mia ed era considerata la risolvente di quando sopravveniva  la noia generale. Si trattava di immettersi con le nostre autovetture sulla strada Aurelia, Orbetello - Grosseto, non in fila ordinata ma sparsi. Il primo che si era immesso nella strada faceva una segnalazione con il lampeggiante dei fari alle macchine che sopraggiungevano in senso contrario, il secondo a distanza di alcune macchine, faceva un segno, sempre alle autovetture che venivano in senso contrario, con il braccio a mano chiusa  alla Totò come per dire "che .....cazzo... stai facendo!", un altro suonava il clacson in modo continuativo gesticolando, un altro si metteva le mai ai capelli muovendosi come un pazzo, e così via. Tutti gli autisti delle vetture che venivano in senso contrario vedendo i nostri segnali si preoccupavano pensando di avere dei grossi e visibili  problemi al loro mezzo, quindi si fermavano per controllare. Se ne fermavano molti, ricordo bene, li vedevamo dallo specchietto retrovisore.

                Gimberto si era innamorato! Prima gli piaceva ........ poi l'accarezzava ......... poi la faceva fischiare ....... poi infine la penetrò violentemente. La penetrazione della macchina sul muro della curva fu talmente violenta che  la dovette far portare allo sfasciacarrozze. Sulla strada Porto S. Stefano- Orbetello correvamo da pazzi. Al ritorno, invece, correvamo da pazzi con un pizzico di sale in più. C'era una curva detta "della soda" che piaceva tanto a Gimberto. Ogni volta la prendeva con una velocità superiore e mi diceva: "Findi stavolta l'ho presa a 90" "stavolta l'ho presa a 100" " Stavolta l'ho presa a 110". Non riuscivo a fagli capire che aumentando sempre più la velocità, prima o poi sarebbe successo qualcosa, ma lui mi rispondeva che era una curva particolare e che non l'avrebbe mai tradito. Finì l'estate  ed io imbarcai su una nave come Macchinista, mentre Gimberto rimase con la sua innamorata. La prendeva sempre con maggiore velocità, fino a che, un giorno, la forza centrifuga dell'autovettura ebbe la meglio e la macchina andò a sbattere violentemente  contro il muro della curva. Aveva a bordo il suo amico Guasti, che, fortunatamente, non subì notevoli traumi. Quella curva adesso si chiama "curva Gimbe" perché Sirio, con una bomboletta di vernice spray, ce lo scrisse in maniera quasi indelebile ed è rimasta impressa per molti anni.

                 Adesso che ho descritto un po’ il carattere di Gimberto, posso incominciare la storia principale. Le cazzate sopra riportate risalgono al 1973, mentre la storia che sto per raccontare è di fine estate 1974.

                 Era il 31 Agosto, quando un telegramma di partenza  arrivò ad entrambi. Dovevamo imbarcarci sulla stessa nave, che si trovava in Golfo Persico, lui come secondo Ufficiale di Coperta ed io come secondo Ufficiale di Macchina. Andammo a Napoli a firmare i contratti e poi partimmo per l'aeroporto di Fiumicino per il viaggio a Mina Al Ahmadi in Golfo Persico. Prima di partire ci fermammo da un barbiere e ci rasammo a zero i capelli. All'arrivo a Mina, trovammo un caldo tremendo, tanto potente che sul taxi che ci portava al porto dovevamo stare con i finestrini chiusi (senza aria condizionata) perché il vento caldo che ci veniva sulla faccia sembrava che ci spellasse. Bagnato di sudore Gimberto mi dice "Stefano ce l'hanno messo in ....culo! Altro che secondi Ufficiali ! Ci hanno imbarcati come Terzi". Infatti sui libretti di navigazione c’era il timbro con l'imbarco da terzo Ufficiale. Decidemmo che saremmo sbarcati e di lasciare la nave senza i terzi Ufficiali. Proseguimmo fino a bordo, per parlare con il Comandante per farci pagare il viaggio di ritorno. Arrivati a bordo ci dirigemmo subito, io dal Direttore e lui dal Comandante decisi a battere i pugni sul tavolo ed essere protagonisti. Appena il Direttore mi vide mi allungò la mano dicendomi "Lei è il nuovo terzo Ufficiale?" "No!" risposi io "sono il secondo! Ci avevano promesso un imbarco da secondo ed invece ci ritroviamo il libretto sporcato da terzo Ufficiale. Noi sbarchiamo!" Eravamo talmente decisi, che non ce ne fregava niente dei disagi della nave che doveva ripartire con personale ridotto. Avemmo la meglio e fummo secondi Ufficiali! Facemmo, lui sei ed io otto mesi di imbarco e ne combinammo di tutti i colori. Eravamo rispettati e facevamo il nostro dovere con intelligenza, ma i potenziali  momenti di noia li dovevamo riempire! E qualche volta pesantemente a scapito di qualcuno.

                  Questo qualcuno era un Terzo Ufficiale di Coperta, imbarcato da poco tempo. Noi ormai eravamo al quarto mese di imbarco e la monotonia dei viaggi Golfo Persico - Giappone della durata di 15 giorni, ci faceva saltare la mente.  La nostra vittima assomigliava a Massimo Troisi e parlava con accento napoletano, pertanto, nel racconto lo indicherò col nome dell’attore al quale assomigliava. Gli facemmo uno scherzo che a dire "da prete" è poco!  Organizzammo una seduta spiritica preparata fin nei minimi particolari e con gli orologi sincronizzati. Nel locale Macchine avevamo dei solventi per il trattamento delle caldaie, che, messi separatamente nell'acqua, non facevano nessuna reazione di colore, mentre mescolati facevano colorare l'acqua di un rosso vivo che sembrava sangue diluito. Preparammo la mia cabina con lenze che partivano dai cassetti della scrivania e passando sul pavimento lungo le pareti, andavano nell'armadio dove doveva nascondersi Gimberto. Sporcammo un bicchiere con uno dei due solventi trasparenti (Colloid GC e Phenolphatlen) e riempimmo una bottiglia d'acqua con l'aggiunta dell'altro solvente. Ceraso, il primo Ufficiale di Macchina, doveva rimanere fuori dalla cabina con l'orologio sincronizzato al secondo per fare rumori esterni. Il Direttore di Macchina, che aveva precedentemente registrato la sua voce al telefono, doveva intervenire in un altro momento ben programmato. Insomma tutto era pronto per la seduta spiritica.

                  Tutto era pronto e Massimo non vedeva l'ora di iniziare. Eravamo in quattro in quella cabina, anzi in  cinque, perché Gimberto era nascosto dentro l'armadio, pronto a tirare la lenza al momento giusto. Noi quattro eravamo seduti intorno al piccolo tavolo al centro della cabina, alla luce di una candela comperata in Giappone, la bottiglia piena d'acqua con la soluzione di Colloid GC, i bicchieri uno pulito ed uno con un velo di phenolphatlen, Ceraso era fuori alla porta pronto a battere sonoramente e Capo Pucchieri pronto a telefonare con la voce in precedenza più volte registrata di Massimo che al telefono rispondeva ripetutamente "Pronto! Pronto! Pronto! Sono Massimo!"

                   Giuseppe nell'ambiente semioscuro, raccolse una delle due lenze che erano sul pavimento e la passò sulla schiena di Massimo, poi incominciammo la seduta spiritica. Io misi la fronte sul tavolo ed incominciai a chiamare due spiriti, uno buono ed uno cattivo, poi domandai a Massimo di scegliere due personaggi famosi della storia con caratteristiche contrastanti e lui con voce tremante pronunciò i nomi di Nerone e Garibaldi. Non riuscì a terminare i nomi che si sentì un forte e lungo rumore alla porta. "Gli spiriti sono entrati!" dissi. Poi, prendendo in mano la bottiglia con la soluzione esclamai  "Garibaldi! Porta il tuo spirito di bontà dentro l'acqua di questa bottiglia!" e versai l'acqua nel bicchiere pulito che rimase chiara e trasparente. Domandai a Garibaldi, che se fosse realmente entrato nell'acqua, avrebbe dovuto battere alcuni colpi sulla scrivania vicina al piccolo tavolo dove eravamo. Gimberto da dentro l'armadio, tempestivamente tirava, a ripetizione la lenza che arrivava fin dentro dentro il cassetto della stessa scrivania con a capo legato un peso di ferro, che veniva sollevato e rifatto cadere più volte. I colpi erano ben cadenzati e la scrivania, isolata com’era, riusciva anche a dare dei piccoli sussulti. Massimo incominciò a tremare, ma noi imperterriti continuavamo a recitare. "Garibaldi scegli uno di noi dandoci un brivido alla schiena!" Subito pronto Giuseppe disse di averlo avvertito, quindi continuammo.

                    Dopo un breve colloquio con Garibaldi calcolato nel tempo e con l'orologio sotto osservazione per motivi di sincronismo con i complici all'esterno, passai alla seconda parte della seduta. Chiamai lo spirito di Nerone chiedendogli due conferme della sua presenza. Cinque sonori colpi alla scrivania e la sua entrata nell'acqua trasformandola in sangue. I colpi che si sentirono sulla scrivania furono netti e sonori ed in numero di cinque, mentre la bottiglia d'acqua rimaneva chiara e trasparente. Allora la presi in mano dicendo: "Nerone ci hai segnalato la tua presenza con il colpi, ma l'acqua è rimasta chiara! Cosa dobbiamo fare?" Gimberto, che non poteva essere visto da Massimo perché alle sue spalle, aprì silenziosamente la porta dell'armadio e tirò verso di noi una fila di bicchieri di plastica, che, guarda caso, andò a colpire la testa della vittima senza naturalmente procurargli dolore. "Ecco Nerone! Tu vuoi che versiamo l'acqua nel bicchiere!" ed incominciai a riempire quello sporcato da un velo di phenolphatlen. La soluzione di acqua che dalla bottiglia andava al bicchiere, appena incontrò l'altra soluzione, incominciò a colorarsi di rosso e più ne versavo, maggiore era l'intensità del colore rosso. Massimo si alzò per fuggire terrorizzato dalla cabina, ma non raggiunse neanche la porta, che essa incominciò a battere con colpi talmente forti da farci sobbalzare tutti. Si rimise a sedere e Giuseppe gli passò di nuovo la lenza sulla schiena che gli si era tolta alzandosi. "Nerone! Scegli uno di noi e parlaci con la sua voce!" Gimberto, tempestivamente, tirava a strattoni cadenzati la lenza che passava sulla schiena di Massimo causandogli, con l'aiuto della sua emotività, dei forti brividi all'altezza delle spalle. In quel momento, con perfetto sincronismo, Capo Pucchieri fece trillare il telefono ed io dissi "Massimo è per te! E' Nerone che con la tua voce ti vuole parlare". Massimo aveva paura ad alzare la cornetta, ma il campanello del telefono continuava....... continuava........... continuava. Mi alzai dalla sedia, mi diressi verso la scrivania, raggiuntala presi la cornetta e, forzando il cavetto fatto a molla, gliela portai all'orecchio. Capo Pucchieri, con il registratore in mano, faceva sentire la voce di Massimo che ripeteva "Pronto! Pronto! Pronto! La cosa amplificò il suo terrore e fu allora che capimmo di dover smettere. La seduta l'avevamo preparata con lo scopo di far vedere la mia abilità nel fare una burlonata, ma stava prendendo la piega che nessuno di noi voleva: Massimo era veramente terrorizzato. Accesi la luce  ed incominciai a battergli le mani davanti al viso e con me tutti gli altri dicendogli che lo avevamo preso per in giro ben bene. Gimberto fece l'errore di uscire dall'armadio senza attendere che Massimo lo vedesse in quella azione. No! Non credeva allo scherzo! Era in preda al terrore! Continuava a ripetere che era tutto vero. Io allora gli mostrai le due soluzioni, gli feci vedere le lenze e cercai di spiegargli il tutto. Niente da fare! Tutti noi non sapevamo più che pesci prendere! Dovevamo calmarlo! Uscì di corsa dalla cabina sconvolto e prese l'ascensore. Appena vi fu dentro, Ceraso che non conosceva a fondo la piega presa dalla seduta, continuò la sua parte  e, senza che noi riuscissimo a fermarlo, staccò l'interruttore generale dell'ascensore, corse al piano inferiore e si mise davanti  alla porta dell'ascensore (tempo calcolato al cronometro, un marinaio da sopra riattaccava l'interruttore). Massimo, nel frattempo, insisteva a pigiare il pulsante di discesa, senza che succedesse nulla, finché, dopo molti frenetici tentativi, quando il marinaio ridiede corrente, riuscì a farlo scendere. Ceraso, con l'orecchio alla porta dell'ascensore, appena lo sentì passare, incominciò a batterlo sonoramente. Lo raggiungemmo e lo invitammo a smettere e partimmo tutti alla ricerca della nostra vittima!

                    Eravamo tutti alla ricerca di Massimo. La nave era immensa! Una petroliera da 250.0000 tonnellate, un numero illimitato di alloggi. Nulla! Massimo era sparito. Allora il comandante con l'interfonico provò a chiamarlo ripetutamente. Niente! Anche noi tutti eravamo presi dalla paura per aver combinato un grosso guaio. Montai di guardia e dopo alcuni minuti mi chiamò Giuseppe dicendomi che mi avrebbe rilevato perché dovevo andare in cabina del comandante per parlare della questione e che avrei dovuto portare anche i solventi. Preoccupato più dalla grossa bravata che delle conseguenze su di me, salii le scale che portavano alla cabina del Comandante Denise pensando e rimuginando su configurazioni nere, invece, appena entrato nella cabina, trovai oltre lui, Massimo, Gimberto, il Direttore Pucchieri, Ceraso e gli altri due  partecipanti alla seduta spiritica. Il Comandante, mentre continuava a ripetere a Massimo che era stato tutto uno scherzo, si rivolse a me dicendomi di spiegarglielo tecnicamente. Il direttore gli aveva fatto sentire il registratore, Gimberto aveva in mano le lenze con il peso legato ed io dovevo simulare alla luce intensa della cabina quello che avevo fatto durante la seduta. Lo feci molto volentieri, ma non servì a nulla.

                    Adesso prima di passare al finale della storia sono costretto a fare qualche premessa ed a condirla con un po' di pepe. Un condimento vero, come vero è tutto quello che ho raccontato! La petroliera ci caricava di astinenza sessuale forzata a causa delle lunghe navigazioni e dai porti non praticabili per la franchigia (la franchigia per i marittimi è la facoltà di uscire dalla nave e liberi da impegni lavorativi per otto ore). Giovanni, un nostro collega ingrassatore dall'età di venticinque anni, raccontava a tutti che non poteva stare senza avere rapporti sessuali e che di conseguenza si masturbava due volte al giorno. Massimo, terrorizzato dalla seduta spiritica aveva paura della notte e chiese se qualcuno di noi poteva ospitarlo nella sua cabina. Si fece avanti Giovanni e quella notte dormirono insieme ............ insieme abbracciati. Il giorno dopo, Giovanni chiacchierone come era, disse che quella notte fece scintille! Raccontò, sottolineando la sua parte da uomo, che aveva avuto quattro rapporti con Massimo.

                    A distanza di moltissimi anni io e Gimberto ci stiamo ancora interrogando se la presa in giro la facemmo noi a lui oppure lui a noi! Bah!!!!!!

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