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Dispersi in mare su di cassetto di armadio 1959 Era il lontano 1960, avevo appena dodici anni ed ero già un appassionato costruttore di chiattini (piccole imbarcazioni eseguite interamente dai noi) che, tra l'altro, non riuscivano neanche a galleggiare per più di 10 minuti dato il materiale impiegato, cioè tavole di cassette per pesce, chiodi arrugginiti piegati e raddrizzati, sassi usati come martelli, catrame per asfalto usato come impermeabilizzante all'acqua marina. I remi li costruivamo con manici di scopa rubati fuori le porte delle case. All'estremità di essi inchiodavamo pezzi di tavola per fare la pala del remo. Anche gli scalmi erano costruiti con spezzoni di manici di scopa. I più arditi rubavano le lenzuola distese al sole per farci la vela. Devo dire che, a parte la precaria galleggiabilità, risolta con un bambino costantemente addetto alla gotta (scarico acqua imbarcata) tutto era perfettamente funzionante. La nostra fortuna era che avevamo una marina a prova di bambino, cioè riparata dalle intemperie, al centro del paese, con fondali poco profondi e con un comando di Capitaneria un po' buonista. Ogni giorno facevamo delle gare di velocità, gare di pesca, gare di capacità di portata chiattino (quale barchino portava più bambini senza affondare). Un giorno, in serata, verso le sei, scesi alla marina con un nuovo chiattino. Questa imbarcazione aveva una curiosa particolarità: era il cassetto di un armadio. Avevo prelevato del catrame da una terrazza per inserirlo nelle fessure tra una tavola e l'altra, impermeabilizzandolo. Messo a mare il chiattino, ci montai sopra e vidi che mi reggeva bene. Larone (Basilio) mi vide e volle salire pure lui. Il chiattino galleggiava perfettamente, i remi davano la loro resa, quindi, ci allontanammo dalla marina. Il tempo passava e noi non ce ne accorgevamo, presi dalla forte emozione di navigare con autonomia. Continuammo ad allontanarci dalla costa senza renderci conto che in quella maniera potevamo fare tardi e far stare in apprensione i nostri genitori. Oggi, a distanza di molto tempo, mi rendo conto della forte corrente che ci spingeva vero il mare aperto. Senza tenere conto della corrente, continuando ad andare verso Talamone, ad un certo momento ci rendemmo conto che eravamo ormai lontani alcune miglia dalla costa. Naturalmente non avevamo gli orologi, ma si stava ormai facendo buio, quindi decidemmo di rientrare. La corrente giocava contro di noi. Eravamo lontani dalla costa, e noi remavamo verso di essa senza renderci conto che il chiattino stava quasi fermo. Si fece buio e Porto S. Stefano appariva molto lontano con i suoi palazzi illuminati. Tutto ci sembrava normale e tranquillo. Sapevamo dell'apprensione dei nostri genitori, ma non immaginavamo cosa stava nascendo tramite il passaparola nel nostro piccolo paese. Gli amici che ci avevano visto allontanare, non volevano andare a casa senza vederci tornare. Allarmati, avvertirono i nostri genitori che, data l'ora, le nove e mezzo, corsero da Gagliardi (l'allora capo dei tre vigili urbani). Gagliardi ci segnalò ai carabinieri ed alla Capitaneria. Tutto il paese era in fermento mentre io e Larone stavamo tranquillamente remando verso terra. Due motovedette e due pescherecci salparono per venirci a cercare, mentre noi cantavamo remando e pensando anche alle eventuali botte delle nostre madri. Tranquillamente, penso verso le ventitré e trenta, raggiungemmo la costa ma, data la stanchezza causata dalla voga, entrammo nel porto che era molto più vicino della marina. Laggiù non ci aspettava nessuno. Le nostre preoccupazioni erano le botte delle nostre madri e la giustificazione da dare, non immaginando tutta la logistica che si stava organizzando in quei momenti.. Notammo un certo fermento nell'andirivieni della gente a quella insolita ora e, più avanti, vedemmo ferma un’ambulanza con un gruppo di persone che stava parlando affannosamente, senza sospettare minimamente di essere noi stessi la causa di tutta quell’agitazione. Ci avvicinammo, quindi, per domandare, candidamente, cosa fosse successo ed un signore ci rispose che non sapeva con esattezza, ma che forse si trattava di due dispersi in mare. Continuammo in direzione delle nostre abitazioni, senza pensare minimamente che tutto quel trambusto era stato creato da noi. Quando passammo dalla marina e vedemmo che era colma di gente ed in continuo movimento, improvvisamente, io e Larone ci rendemmo conto dell'entità del trambusto creato dalla nostra avventura ed avemmo la stessa idea di rifugiarci dietro un muretto per non farci vedere e sbloccare la situazione in altra maniera, magari riprendendo il chiattino e facendoci trovare da loro, per non rendere inutile tutta l'organizzazione del soccorso. Prevalse il buonsenso e ci immergemmo nella folla in apprensione. Le nostre mamme, per il gran sollievo, non ci picchiarono e tutto sembrò sciogliersi come neve al sole, ma il paese ricorda ancora molto bene quella sera!
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