Testo e accordi di Incontro di Guccini

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Incontro è una nota canzone scritta e cantata dal cantautore Francesco Guccini. Il brano, in cui lo stesso Guccini parla del suo rendez-vous modenese di dieci anni prima con un’amica di altri tempi, fa parte del suo album Radici, pubblicato nel 1972 dalle Edizioni musicali La voce del padrone.

In Incontro sono contenute malinconiche e nostalgiche rievocazioni per testimoniarne i cambiamenti avvenuti: colpiscono alcuni versi come “eran belli i nostri tempi”, “i nostri miti morti ormai”, “la scoperta di Hemingway”, “il sentirsi nuovi”, “la mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste”.

È così il cantautore spiega in “Stagioni – Tutte le canzoni” – a cura di Valentina Pattavina, pubblicato nel 2000 da Einaudi – l’origine di Incontri:

«Incontro parla di un’amica mia che, bontà sua, era innamorata di me. Era anche molto carina, ma aveva poche tette e io ero molto sensibile all’argomento. Oggi guardo altre cose, anche perché sono cambiati i tempi. In quegli anni avere la ragazza senza tette era un handicap mica da ridere. Con questa ragazza rimanemmo comunque amici. Diventò professoressa di ginnastica e si sposò con un americano che viveva a Bologna. Per un po’ vissero in America, poi si trasferirono a Berlino e fu lì che si innamorò di un altro, un tipo piuttosto instabile, purtroppo. Così, quando a Natale lei raggiunse suo figlio in America, lui fece l’albero e si impiccò. Al suo ritorno in Italia la mia amica venne subito a cercarmi per raccontarmi cos’era successo. Andai a trovarla, e dopo quel pomeriggio trascorso insieme scrissi Incontro, forse il mio primo tentativo di scrivere per immagini veloci, molto cinematografiche.».

Infatti la canzone fu usata come colonna sonora di Radiofreccia, un film di Luciano Ligabue, ricevendo anche l’apprezzamento di Leonardo Pieraccioni.

Qui sotto è riportato il testo integrale della canzone:

E correndo mi incontrò lungo le scale

quasi nulla mi sembrò cambiato in lei

la tristezza poi ci avvolse come miele

per il tempo scivolato su noi due.

Il sole che calava già

rosseggiava la città

già nostra ed ora straniera

incredibile e fredda;

come un istante “deja vu”

ombra della gioventù

ci circondava la nebbia.

Auto ferme ci guardavano in silenzio

vecchi muri proponevan nuovi eroi

dieci anni da narrare l’uno all’altro

ma le frasi rimanevan dentro in noi

“cosa fai ora, ti ricordi,

eran belli i nostri tempi,

ti ho scritto è un anno,

mi han detto che eri ancor via”.

E poi la cena a casa sua,

la mia nuova cortesia,

stoviglie color nostalgia.

E le frasi quasi fossimo due vecchi

rincorrevan solo il tempo dentro in noi

per la prima volta vidi quegli specchi

capii i quadri, i soprammobili ed i suoi.

I nostri miti morti ormai,

la scoperta di Hemingway

il sentirsi nuovi

le cose sognate e poi viste

la mia America e la sua

diventate nella via

la nostra città tanto triste.

Carte e vento volan via nella stazione

freddo e luci accese forse per noi lì

ed infine in breve la sua situazione

uguale quasi a tanti nostri film:

come in un libro scritto male

lui si era ucciso per natale

ma il triste racconto sembrava

assorbito dal buoi

povera amica che narravi

dieci anni in poche frasi

e io i miei in un solo saluto.

E pensavo dondolato dal vagone

“cara amica il tempo prende il tempo dà

noi corriamo sempre in una direzione

ma qual sia e che senso abbia chi lo sa

restano i sogni senza tempo

le impressioni di un momento

le luci nel buio

di case intraviste da un treno

siamo qualcosa che non resta

frasi vuote nella testa

e il cuore di simboli pieno”.


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