Intonazione dell chitarra

Differenza tra “chitarra intonata” e “chitarra accordata”

La chitarra, come tutti gli strumenti a corda, ha bisogno di essere accordata costantemente. Per effettuare l’accordatura è necessario trovare – agendo sulle chiavette, variando così la tensione delle corde – il giusto suono che deve corrispondere esattamente alla nota base prefissata dalla casa costruttrice. Nella chitarra è sempre il suonatore che esegue l’accordatura, aumentando e diminuendo le varie tensioni, mentre in altri strumenti (ad esempio il piano) essa viene eseguita da un professionista, il cui mestiere viene generalmente ricoperto da un’aura di impenetrabili segreti.

Supponiamo di farsi accordare la chitarra da un espertissimo amico, oppure agire da noi con lo scrupoloso – direi maniacale – aiuto di un accordatore elettronico, portando le sei corde in esattissima tensione, la domanda è questa: “La chitarra è intonata?” Chissà, probabilmente no! È questo che bisogna capire per compiere un importante passo in avanti e rendere chiarezza sull’intonazione del nostro strumento. La chitarra, per l’appunto, non è un pianoforte. In quest’ultimo ogni corda ha il compito di far uscire un unico suono e perciò un pianoforte accordato è anche intonato. Nella chitarra invece ogni corda deve produrre diciannove note (quella elettrica ventiquattro), una per ogni tasto. Avere il “MI sesta corda” accordato non vuol dire che tutte le altre note della stessa corda diano il giusto tono designato dal tasto. Perciò dicendo “chitarra intonata” metto in risalto che le note potenzialmente eseguite su tutti i tasti della chitarra sfiorano al massimo l’esattezza del suono prefissato. Perché ho detto “potenzialmente”? Perché una chitarra esattamente intonata può essere anche scordata e … addirittura senza corde. Quindi “chitarra intonata” corrisponde ad una buona qualità dello strumento ed una buona registrazione al ponte, che quando viene accordato dà il massimo del proprio rendimento.

Un po’ di chiarezza circa le note create sui tasti

Nel paragrafo precedente ho parlato di “giusto tono” del tasto e di chitarra “esattamente intonata”, precisandone il significato. Entrando nel mondo puramente tecnico, circa l’esatta frequenza che devono avere i suoni nei vari tasti, si andrebbe a sbattere contro una storia lunghissima, che non risparmierebbe neanche il periodo dell’antica Grecia … perciò, semplificando e sfoltendo, cerchiamo di fare un breve e schematico riassunto sui concetti di base. Riguardo le note prodotte da una singola corda, soltanto su due di esse abbiamo la certezza della giusta frequenza, cioè sulla nota al capotasto e su quella al dodicesimo: i due suoni ottenuti, se confrontati tra essi, hanno le frequenze che sono esattamente l’una il doppio dell’altra. Se al capotasto si pizzica il MI basso, al dodicesimo avremo il MI con un’ottava superiore che suona con una frequenza doppia. Se fosse possibile farle suonare assieme esse darebbero come risultato un suono omogeneo senza, cioè, provocare i famosi battimenti (quei fenomeni psico-acustici che interessano sia l’orecchio che il cervello). Quando i due suoni simultanei invece sono un po’ sfasati (intendo leggermente) non si fondono assieme, tuttavia sembrano una nota sola a cui viene sovrapposta un’ulteriore oscillazione a bassa frequenza (potrei dire ad alta frequenza se il riferimento è partito dall’altra nota). Questo avviene solo se i suoni emessi sono abbastanza intonati tra loro. Quando la differenza tonale raggiunge un certo livello, il nostro orecchio percepisce distintamente i due suoni ed anche la loro dissonanza. La soglia minima distinguibile delle due frequenze viene denominata “banda critica”.

A questo punto, stabiliti i due estremi della scala, ad esempio quella relativa alla sesta corda (Mi maggiore: MI, FA#, SOL#, LA, SI DO#, RE#, MI), dividiamola in dodici gradini, ognuno dei quali fa salire la nota di un semitono. È a questo punto che nascono gli inghippi! I dodici tasti non risultano affatto uguali ed a questo risultato ci si è arrivati dopo secoli di tentativi. Già fin dal periodo degli antichi greci si sapeva che due suoni entrano in sintonia (senza alcun battimento) quando il rapporto tra le loro frequenze corrisponde a metà, o due terzi … tre quarti … ecc. Sulla chitarra le note ottenute nei tasti avranno una frequenza che non corrisponderà mai esattamente (attenzione! si tratta di differenze talvolta impercettibili per l’orecchio) a quella delle rispettive note del pianoforte. Ci si potrà avvicinare, anche moltissimo, ma non si avrà mai l’esatto tono. Facendo lo stesso ragionamento sulle altre corde e sui primi 12 tasti avremo la scala monocorda di LA maggiore, di RE maggiore, SOL maggiore, SI maggiore ed ancora una di MI maggiore di due ottave più alta della prima.

A questo punto il problema sembrerebbe risolto … invece no!

Perché?

Perché le stesse note suonate in tasti di corde diverse non hanno – e non avranno mai – la stessa frequenza. La scala di Do maggiore eseguita in prima posizione – ad essere pignoli, ma purtroppo è così anche se spesso l’orecchio più esperto non se ne accorge … e dico meno male! – avrà note leggermente diverse da quella suonata in settima posizione. Questo vale anche per tutte le altre tonalità.

Le suddivisioni in 12 semitoni uguali sulle sei corde influenza allo stesso modo tutte le tonalità e, pertanto, nessuna scala avrà mai quei rapporti semplici (un mezzo, due terzi, tre quarti … ecc.) tanto naturali al nostro orecchio e, tuttavia, nessuna di queste suonerà tanto diversamente dalle altre: questo lo si accetta a fronte di un inevitabile compromesso … come tanti altri nel mondo della chitarra. Comunque niente esagerazioni e niente paure perché trattasi veramente di microscopiche differenze!

Come è risaputo anche dal principiante, le note appartenenti alla stessa corda vengono fatte accorciandone la lunghezza attraverso la pressione delle dita sulle sbarrette dei tasti. La suddivisione in semitoni uguali (ovviamente su tasti tutti diversi in larghezza) è ottenuta attraverso precisi calcoli teorici che variano anche da corda a corda. La domanda che viene spontanea è come possano essere affini le differenti esigenze di ogni corda ad una struttura fissa come quella della chitarra. Alcune case costruttrici agiscono sulla lunghezza delle stesse corde rendendole diverse “a decrescere” dalla sesta alla prima attraverso una leggera inclinazione dell’osso del ponticello, altre fabbriche (quelle che fanno chitarre elettriche) agiscono sulle “sellette” del ponte, altre ancora (Yamaha) modificano direttamente ogni singola barretta facendola assomigliare ad una “S” . Tali artifici sono comunemente chiamati “correzioni spannometriche”. Tuttavia le formule, quanto mai scrupolose e precise, non prendono in considerazione molti fattori variabili, alcuni dei quali possono anche dipendere dallo stesso approccio dei suonatori con la chitarra, che premono le corde in maniera diversa (il dito sulla corda, che dovrebbe agire con leggerezza e vicinissimo alla sbarretta, talvolta è pesante e in posizioni errate, o di compromesso).

Sotto si elencano i fattori che generalmente non vengono considerati

  • Come già sopra accennato agendo sulla corda, in un tasto qualunque, viene a aumentare la sua tensione (si forma una specie di “V” nel punto in cui viene premuta che la fa allungare e tendere rispetto alla posizione di corda a vuoto). Tale microscopico effetto, logicamente, dipendendo da chitarrista a chitarrista non può essere preso in considerazione dal costruttore.

  • Le sei corde si differenziano per diametro e materiale. Una formula calcolata per il LA, non solo non va bene per il SOL o il MI ma potrebbe non soddisfare pienamente la stessa quinta corda (questo perché esistono in commercio le più svariate marche di corde). Si tenga presente anche l’usura delle stesse corde che, anche se montate assieme, si differenzia apprezzabilmente a distanza di qualche settimana.

  • Il manico della chitarra ha una lievissima curvatura che evita la “frustata”.

  • Usura delle sbarrette, che tendono a fare delle piccole fosse nei punti di attacco delle dita della mano sinistra :-).

Tutto questo porterebbe a pensare che non sia possibile costruire una chitarra perfettamente intonata. Dal momento che il nostro orecchio non è un computer e che esistono i limiti di tolleranza, entro i quali l’armonia dei suoni non viene assolutamente compromessa, una chitarra è perfetta quando i vari compromessi si sposano bene assieme. Quindi niente panico!

Intonazione della chitarra con il “fai da te”

Adesso sappiamo che per intonazione della chitarra si intende il miglior impiego delle possibilità di regolazione inerenti alle correzioni spannometriche nella compensazione al ponte. Su quella elettrica troviamo a nostra disposizione le regolazioni della lunghezza di ogni singola corda attraverso la manovra di viti con teste a taglio/croce o a brugola, mentre nella chitarra classica (o acustica) le eventuali correzioni possono essere ottenute usando limette, pinze, ed altri generi di arnesi per ottimizzare il rendimento delle corde alle proprie esigenze. Tutte le operazioni relative a questo particolare intervento vanno effettuate soltanto dopo aver eseguito il set-up di base dello strumento, ovvero: l’action (altezza delle corde), la curvatura e inclinazione del manico … ecc. … e … naturalmente mai a ridosso di una montatura di corde nuove (attendere qualche giorno affinché esse vengano “stirate”). Pochi chitarristi riescono a far bene detto lavoro e quindi il consiglio che posso dare è quello di documentarsi bene a tal riguardo e poi rivolgersi ad un buon liutaio. Molta più libertà nel musicista se si tratta invece di correggere una chitarra elettrica, data la maggior semplicità del sistema di compensazione, a patto che si prenda nota delle attuali distanze (o giri di vite) dalla linea madre del ponte. Se si preferisce andare dal liutaio sarà bene portargli una muta di corde nuove, naturalmente dello stesso tipo che si è soliti usare, facendoglielo presente: penserà lui a regolare lo strumento appositamente per quelle corde!

Se si è deciso il “fai da te” la procedura da seguire è la seguente e vale per ogni corda (già “stirata”)

  • Accordare con cura la corda a vuoto con un accordatore elettronico. Se la correzione è piccola procedere con il punto seguente. Se invece la correzione è notevole, riaccordare tutte le corde e rimandare l’intervento al giorno successivo per essere certi di averle tutte ben “stirate”.

  • Con l’accordatore acceso pizzicare premendo il dodicesimo tasto la corda precedentemente accordata. Se essa risulta calante (più bassa) rispetto a quella a vuoto, occorre ridurre la lunghezza di quella corda (chiave a brugola o cacciavite se si tratta di chitarra elettrica; altri strumenti ed artifizi vari se si tratta di chitarra classica). Se invece la nota è crescente quella corda va allungata. Talvolta si agisce troppo pesantemente e quindi occorre ripetere più volte l’operazione. Ricordo che allungare o accorciare la corda significa spostare il punto di contatto della stessa sul ponte, sia usando i meccanismi stessi della chitarra, sia impiegando altri mezzi.

La chitarra adesso è intonata! Ne siamo veramente sicuri?

A lavoro eseguito l’accordatore ci dice che tutto è ok: tutte le note eseguite al dodicesimo tasto corrispondono a quelle della rispettiva corda a vuoto. Quando andiamo a fare gli accordi nelle varie posizioni della tastiera tutto è ok, anche su quelli aperti eseguiti fra i primi cinque tasti, che spesso e volentieri suonano non proprio come vorremmo. Anche le note provate tasto su tasto sono ok al nostro orecchio. La chitarra risulta perfettamente intonata. Accendiamo l’accordatore e controlliamo le note sui cinque primi tasti. Non c’é una nota esatta! L’effetto negativo è meno marcato nei tasti della settima-ottava-nona posizione. L’elemento più disturbante risulta essere la pressione delle dita sulle corde anche considerando che generalmente (direi sempre) suoniamo più premendo i tasti che sulle corde a vuoto. Tali considerazioni fanno sorgere dubbi sul metodo sopra descritto indirizzandoci su procedimenti diversi, ovvero:

  • Intonare una nota a vuoto (sempre che non abbia difetti di compensazione) con una stessa nota ottenuta premendo un tasto in corrispondenza di un’altra corda.

  • Oppure trovare un compromesso tra il tono della nota a vuoto e quelle eseguite nei primi cinque tasti a scapito dell’esattezza tonale della prima.

  • Oppure, sempre con l’intento di accordare due suoni a distanza di un’ottava, impiegare due note derivate dai tasti, per esempio i due MI (secondo e quattordicesimo tasto) sulla corda del RE, facendo la stessa operazione nelle altre cinque corde impiegando note ad esse relative.

Vediamo le due varianti:

  1. Con l’accordatore accordare la corda a vuoto poi controllare (sempre con l’accordatore) la nota corrispondente al quinto tasto. Certamente risulterà con un leggerissimo “fuori tono” (esempio: la corda del RE al quinto tasto darà un SOL non proprio esattamente accordato). Scorrere la tastiera raggiungendo il diciassettesimo tasto (un’ottava superiore) e controllare l’accordatura. Se la nota risulta “fuori tono” alla stessa stregua del quinto tasto l’operazione è terminata positivamente. Viceversa bisognerà intervenire sulla lunghezza della corda, spostando le sellette del ponte, se il suono del 17° tasto risulta calante o crescente rispetto al 5°. Se vi dovesse risultare difficile valutare quella piccolissima differenza di “fuori tono” tra la corda a vuoto e la nota del quinto tasto si può procedere con l’alternativa n° 2.

  2. Accordare perfettamente con l’accordatore la nota al 5° tasto (ad esempio, come al punto 1, il LA sulla corda del MI), quindi assicurarsi della perfetta intonazione della nota al 17° (il LA dell’ottava superiore), ignorando totalmente l’accordatura a vuoto. Se non dovete intervenire con la chiavetta sulla tensione l’operazione è terminata positivamente, altrimenti bisognerà agire sulla lunghezza della corda e quindi riprovare.

Domanda a bruciapelo con risposta in fondo alla pagina: puoi scrivere due note con l’intervallo di terza maggiore? E due note con l’intervallo di terza minore?

Risposta alla domanda a bruciapelo: Due note con l’intervallo di terza maggiore sono Do – Mi, mentre due note con l’intervallo di terza minore sono Re – Fa.


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