Il ferro da calza

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Il ferro da calza (Anno 1959)

Da piccolo, ero un bambino molto sveglio ed anche un po’ particolare, considerato un “ganzo” dagli amici, cioè uno “stravagante”, con qualche pizzico di pepe in più.

Sono sempre stato un grande appassionato di illusionismo, ma quell’anno organizzai uno scherzo in un modo assai … più cruento … per modo di dire! Tutto iniziò con il furto, a mia madre, di un ferro da calza, il più lungo tra quelli che lei impiegava per farmi le maglie di lana. Mi occorreva perché volevo dare l’impressione che un ferro si fosse infilato accidentalmente nel muscolo della mia gamba, perciò lo piegai, realizzando una curva ad omega che passava tangenzialmente per metà della sua circonferenza. In quei due punti riportai in linea il ferro che attorniava la carne, proponendo così l’orrenda visione di una freccia che attraversava di netto l’arto. Ricoprii ferro e muscolo con un’unica fasciatura, premurandomi di nascondere bene la parte che poteva far svelare l’inganno e, quindi, applicai del colore rosso sangue sul bendaggio stesso, in corrispondenza dell’entrata e dell’uscita del ferro.

Uscii per strada convinto di fare fesso qualche mio compagno di gioco, ma non fu così. Nessuno credette a quella simulazione, seppur fatta molto, molto bene. Nessuno la bevve, fino a che non incontrai la mamma di Larone e Ciusone (i miei amici Basilio e Marcello) che appena mi vide si allarmò a tal punto da non accorgersi del mio sorriso beffardo.

Mi fece stendere per terra ordinandomi di non muovermi – cosa che feci con grande piacere – ed incominciò a chiamare aiuto. Stetti al gioco perché la situazione che si stava creando era proprio quella da me fermamente desiderata e poi, ero curioso di vedere cosa avrebbero fatto i grandi di fronte a quella situazione (sebbene ideata da me). La gente, in effetti, l’aveva presa sul serio ed era in preda al panico. Due donne mi portarono subito uno sgabello ed un bicchiere d’acqua, mentre altre andavano cercando qualcuno con l’automobile che mi portasse al pronto soccorso dell’ospedale di Orbetello. Nonostante tutti i tentativi fatti non riuscirono a trovare nessuna persona in grado di farlo, poiché nel 1959 di automobili in circolazione ce n’erano ben poche.

Le persone che mi stavano soccorrendo erano ormai talmente spaventate che con le loro grida avevano attirato l’attenzione di molta altra gente, che altrettanto allarmata, incominciava a riversarsi nel piccolo vicolo e a far nascere un certo brusio. Ad un certo punto mi domandai se fosse stato più giusto svelare loro l’inganno, ma non me la sentii di fare una figuraccia davanti a così gremita folla.

Incominciai a riflettere sulla situazione ormai arrivata ad un punto di non ritorno e compresi che certamente, di lì a poco, sarei stato scoperto ed avrei dovuto subire il peso delle conseguenze del mio comportamento. Pensai che tutta quella gente era talmente convinta della mia ferita che non mi avrebbe abbandonato fino all’intervento del dottore e … tutto l’imbroglio sarebbe venuto fuori.

Fu così che, dopo aver contato mentalmente fino a dieci, mi alzai di scatto dallo sgabello e mi precipitai verso la via che conduceva a casa mia, lasciando tutta quella moltitudine perplessa e incredula.

Qualcuno però mi sbarrò la strada: mia madre. Anche lei accorse temendo per la mia salute e quando mi vide, mi si mise davanti, impedendomi di proseguire.

«Stefanino!» mi disse «Cosa ti hanno fatto? Fammi vedere dove ti si è infilato il ferro!»

La frase non era ancora terminata che mi sentii arrivare un grosso ceffone sul viso. Lo schiaffo che mi colpì fu alquanto vigoroso, ma molti non riuscirono a notarlo – e questo è molto importante per il seguito della storia – anche perché mia madre, senza chiedere spiegazioni né a me né alla gente presente, mi prese subito per mano sottraendomi a quel numeroso pubblico.

Avevo simulato di essere ferito alla gamba per scioccare la gente, ma tutto sembrava invece essersi risolto in una grande delusione … e con le botte, che certamente non sarebbero mancate! La storia al contrario, si sviluppò diversamente. Io e mamma non eravamo neanche arrivati a casa, quando sentimmo la sirena della “Croce rossa”, a cui non demmo tanta importanza. Qualcuno l’aveva chiamata, invece, proprio in seguito all’incidente del ferro infilzato nella gamba.

Alcune persone, soccorritori e curiosi, che si trovavano nel vicolo, ormai in preda alla confusione più profonda, non avevano capito l’infantile mia bravata ed indicarono al dottore e ai due infermieri dell’ambulanza di proseguire a piedi con la barella verso il mio domicilio, che era a pochi passi da lì. Infatti, dalle finestre aperte di casa mia, si incominciava a sentire lo stesso brusio di folla in fermento presente precedentemente nel vicolo, dove era avvenuto il primo soccorso.

Qualche minuto dopo, dottore e infermieri suonarono alla porta. Io e mia madre, intuendo che tutta la vicenda avrebbe preso pieghe indesiderate, non sapevamo più che pesci prendere. Mamma aprì la porta e li fece entrare. Io pensai, che facendomi vedere spaventato e non desideroso di patire ulteriori dolori per l’estrazione del ferro, forse sarei riuscito a farli desistere. Mi sbagliavo di grosso perché questo li incitava a fare più in fretta! Intanto mia madre provava a convincere il medico che si trattava solo di una piccola ferita che avrebbe curato lei stessa, ma non vollero ascoltare ragioni.

I due infermieri mi presero di peso e mi posero dolcemente sul letto matrimoniale dei miei genitori e immediatamente dopo il dottore, altrettanto delicatamente, incominciò a togliere la lunga fasciatura alla gamba trafitta.

Il punto di non ritorno era inesorabilmente arrivato, nel giro di una manciata di secondi sarebbero arrivati tuoni e fulmini.

Sì, arrivarono. Rumorosi e sorprendenti come sempre. Questa volta … inaspettatamente … una lunghissima e potente risata del dottore risuonò per tutta la camera da letto, quando si trovò il ferro ripiegato tra le mani. Ad essa si aggiunsero poi le risate dei due infermieri, che si propagarono per tutta la casa, ripercuotendosi al di là delle finestre … … …

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