Rinchiuso dentro il tombino

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Il tombino (Prima decade di giugno 1954)

Ricordo abbastanza bene il periodo in cui avvenne questa indimenticabile avventura perché stava volgendo al termine l’anno scolastico 1954-55, durante il quale avevo come insegnante il maestro Cattania che mi ebbe come allievo in seconda e terza elementare. In seconda (anno scolastico 1953-54) fui promosso con dei miseri “sei”, mentre l’anno successivo rimasi bloccato in terza per la mia immaturità, così raggiunsi i ragazzini della mia età, dato che ero andato a scuola con un anno di anticipo. Prima dell’inizio dell’anno scolastico 1955-56, anno in cui dovevo ripetere la terza elementare, mia madre ottenne dalla direzione della scuola che io frequentassi la terza del maestro Guidi, che lei aveva preventivamente annoverato nella “rosa dei probabili”.

Ritornando all’avventura sopra menzionata, posso collocarla temporalmente, con assoluta sicurezza, nei primi dieci giorni di giugno, poiché la scuola stava per finire e il maestro ci aveva appena fatto sapere chi sarebbe stato promosso e chi no. Ricordo bene il suo atteggiamento rivolgendosi verso di me mentre muoveva il dito indice come il pendolo di un metronomo:

“Sefanino nino nino

ti promuovo col seino

tu sei ancora piccolino

più bambino di un bambino.”

Quello stesso pomeriggio io, Augusto il Gatto e Franco il Pancio (o Panciovilla) pianificammo di marinare la scuola il giorno seguente per occuparci della costruzione di una nuova piccola imbarcazione, che nel nostro gergo chiamavamo “chiattino”, realizzata con vari materiali occasionali. Si trattava di recuperare tavole, chiodi, manici di scopa, una sega, un martello, catrame ed altro ancora per il nostro piccolo cantiere situato “sotto la volta”. Questa era una casa diroccata presso il nostro vicolo a cui era rimasta ancora una piccola copertura a volta – attualmente rimasta tale e quale, fatta eccezione per l’erba e per gli alberi cresciuti in questi anni – posto ideale per qualsiasi nostra attività: dal gioco “tocca e ferma” alla costruzione di casette complete di fornetto a legna.

Il giorno seguente ci incontrammo, poco prima dell’ora di entrata a scuola, fuori casa mia e di Pancio, poiché erano situate nello stesso palazzo, invece Augusto abitava una cinquantina di metri più avanti. Confermammo la nostra decisione di non partecipare alle lezioni scolastiche di quella mattina e ci dividemmo i vari compiti: io avrei dovuto trovare un martello, una sega e dei chiodi, mentre i due cugini avrebbero pensato a tutte le altre cose, quindi ognuno di noi prese una direzione diversa.

Sapevo già dove avrei potuto reperire tutto il materiale occorrente: nella casa di mio nonno Michele. Lì mi diressi senza esitazione, convinto di trovare gli attrezzi che ci sarebbero serviti per la realizzazione della nostra piccola zattera. Fui ingenuo … più tardi si rivelò una fortuna. Credendo di ingannare mia nonna, quando mi domandò perché a pochissimi minuti dall’entrata a scuola mi trovassi da lei, le risposi che dopo aver preso l’attrezzatura necessaria al “cantierino”, mi sarei precipitato a scuola. Non mi credette, però mi lasciò fare.

Presi molti chiodi, un martello ed una grossissima sega da ebanista, con una lunga lama dentata – poco meno della mia statura d’allora – e con un tendi-sega a corda dalla parte opposta. Feci un’enorme fatica a portarla nella casetta da noi stessi costruita “sotto la volta”, con il rischio di essere visto da mia madre. Rimasi dentro la piccola costruzione, della superficie di più o meno tre metri quadrati, per circa un’ora, il tempo necessario alla mamma per prepararsi ed uscire per la spesa. Chiuso in quel piccolissimo locale, semibuio e senza possibilità di muovermi, il tempo sembrava non volesse scorrere mai.

Dopo un’oretta, quando ero ormai certo che mamma non mi avrebbe visto, mi avviai verso il tombino ove io e i miei compagni depositavamo spesso i nostri tesori. Il posto era a portata di mano, appena fuori casa, compreso nella lunga e ripida scalinata di cinquanta gradini, posizionato al centro del sesto o forse del quarto scalino. Il pesante coperchio di granito era già stato poco prima rimosso da noi – occorreva infatti la forza di più di un bambino per alzarlo – ed era messo in modo che non desse tanto nell’occhio e che permettesse allo stesso tempo di far penetrare al lato di esso un robusto ferro per farlo alzare del tutto. Con un po’ d’ingegno riuscii, facendo leva, a sollevare il pesante coperchio ma questo rimase in verticale ed in bilico al centro dell’apertura. Certo che non avrei avuto la forza necessaria per tirarlo su e per riporlo in posizione orizzontale a fianco dell’entrata, pensai comunque di entrarvi per sistemare, oltre i chiodi ed il martello, anche le palline, che erano state messe alla rinfusa nel tombino, poiché ormai era giunta a termine la stagione di quel gioco e non sarebbero più servite. Rendendomi perfettamente conto della minaccia di quel coperchio potenzialmente oscillante, cercai di tutelarmi mettendo la sega su metà apertura, così da impedirne l’accidentale chiusura totale, ed entrai in quel ridotto spazio, corrispondente all’incirca ad un metro cubo, nella pancia della scalinata, in un luogo ben asciutto e con le pareti levigate con uno strato di cemento. Se solo prima di entrare in quel maledetto buco avessi guardato verso la parte alta della scalinata avrei visto due bambini che stavano scendendo ed avrei atteso il loro passaggio, invece, improvvido, mi ci calai … e fu un guaio!

Quei due brutti ceffi, appena furono all’altezza del quinto scalino, presero la sega ed a gambe levate se la portarono via. Rimasi con tanto di naso e, dal momento che nulla potevo fare per impedire il furto ormai già consumato, arrabbiatissimo mi riabbassai per sistemare le varie cosucce.

Non era passato neanche un minuto da quel primo avvenimento, che sentii la voce imbestialita di un uomo con il somaro a seguito, che ripeteva sonoramente parole disarticolate. Probabilmente tale rabbia era causata dal coperchio del tombino che, posizionato in quella maniera, avrebbe potuto far cadere il suo animale.

Cosa fece quello scemo? Senza domandarsi perché il coperchio fosse rimasto aperto – e senza preventivamente ispezionare l’ingresso di quel pertugio – con un piede lo richiuse, mentre io non ebbi il tempo di gridare … vidi il buio e fu silenzio. In un attimo fui assalito dal panico. Gridai a squarciagola per più di uno, forse due minuti, senza interruzioni, tanto che le orecchie incominciarono a fischiarmi maledettamente, mentre l’aria incominciava a farsi pesante. Le tenebre erano pressoché totali, salvo quel debolissimo raggio di luce che penetrava da un piccolissimo spiraglio, più fiacco del fosforo contenuto nelle lancette della mia grossa cipolla che tenevo al polso, che segnava, ricordo ancora benissimo, le nove, trentacinque minuti e quindici secondi. Erano passati solo due minuti, eppure mi sembrava di essere prigioniero chissà da quanto tempo: quei due minuti erano diventati ore, due ore. Il coperchio rimase immobile nella stessa posizione e il contadino, alle cui orecchie evidentemente non arrivarono le mie grida disperate, continuò per la sua strada convinto di aver fatto cosa buona per coloro che avrebbero percorso quelle scale dopo di lui. Provai con tutte le energie che avevo a fare forza, verso l’alto, sul quel pesantissimo tappo: niente da fare. Neppure un accenno di movimento.

Avvertii prima lo sciogliersi dei miei intestini e poi l’aggressione di un improvviso e fortissimo mal di pancia, tanto che fui costretto a tirarmi giù pantaloncini e mutandine e a farla sul posto. Dal mio corpo fuoriuscì una brodaglia vischiosa e puzzolente che rese l’aria già abbastanza pesante, ancor più irrespirabile. La stessa brodaglia me la sentivo appiccicata alle superfici interne delle chiappe del sedere e, naturalmente, all’uscita dell’ano e tutta intorno ad esso. Dovevo togliermela assolutamente di dosso. Vidi un sacchetto di stoffa abbandonato in un angolo, non ricordo più da quanto tempo – una volta serviva a contenere le palline di vetro che avevo in comune con Franco il Pancio, poi, quando per le ridotte dimensioni non riuscì più a contenerle, lo sostituimmo con un vaso di vetro – lo afferrai e mi resi conto che era umidiccio e sporco.

“Cosa potrebbe essere più sporco della merda?” mi domandai, e con decisione mi ripulii tutte le parti interessate.

Dopo quella disgraziata operazione, soltanto per due o tre minuti, il tempo incominciò a scorrere regolarmente, e poi incominciai subito a sentire un prurito infernale che si stava diffondendo in tutto il mio sedere, ad iniziare sin dall’interno del condotto di uscita. Poi il tempo si rifermò e io … dovetti rimanere chiuso in quel tombino, a conti fatti, esattamente altre 144 ore!

Il lettore, anche quello un po’ più sprovveduto, si domanderà: “Ma cosa mi vuoi dare a bere? Cinque giorni in quel buco, senza mangiare né bere ed in quelle condizioni?”. Prego vivamente, invece, di continuare a leggere con fiducia i vari sviluppi perché tutto ciò che mi accingo a scrivere non è frutto di fantasia, ma è realtà vissuta e testimoniata.

La strada che da casa mia portava alla bottega di Ardita passava vicino alla porta dell’abitazione di mia nonna Alfea, che ogni giorno, alla stessa ora, mia madre andava a trovare. Qui venne a sapere del materiale da me sottratto al nonno e intuì che con tutta probabilità quel giorno non mi ero recato a scuola. Uscì in tutta fretta e si precipitò a scuola, facendosi ricevere dal maestro Cattania, il quale le confermò la mia assenza. Mia madre, donna alquanto sveglia e scaltra, immaginò che anche Augusto e Franco (i cui veri nomi erano Agostino e Francesco) non si erano presentati a scuola, quindi chiese ai rispettivi maestri, Riziello e Guidi, conferma di ciò e la ottenne. Ritornando a casa avvertì del fatto le sorelle Rina (madre di Pancio) ed Elia (madre del Gatto) e tutte e tre, ripetendo a squarciagola i nomi dei propri figli, si diressero in direzioni diverse per cercarli.

Le due sorelle trovarono subito Augusto e Franco, mentre non c’era nessuna traccia di Stefanino. Anche i miei due amichetti aiutarono nelle ricerche, che a differenza delle tre donne, effettuavano i loro spostamenti di corsa, percorrendo strade e luoghi assai comuni a noi bambini. Nonostante tutti i tentativi, Stefanino non si trovava.

Era quasi mezzogiorno quando le ricerche si fecero veramente intense e convulse. Mia madre aveva ormai deciso di ricorrere ai carabinieri denunciando la mia scomparsa, quando Augusto suggerì … … …

Ritorna agli indici delle storielle


Le mie opere agli Uffizi e Palazzo Pitti

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Le mie opere agli Uffizi e Palazzo Pitti Dai miei ricordi recenti

In tutto il corso delle presenti narrazioni non ho fatto – volutamente – menzione della mia attività di pittore perché questo esula dallo scopo della presente opera, che non è quello dell’auto-promozione ma nasce dal profondo desiderio di esternare le mie emozioni che si sono succedute nei vari momenti della mia vita, rendendo partecipi anche gli altri – siano essi vicini o lontani – del mio mondo. A questo punto del libro, dopo aver messo a nudo la mia anima, non posso non raccontare quest’altra piccola storiella che riguarda la mia passione per la pittura.

Tutto ebbe inizio nel 1994, quando passai alle esecuzioni di quadri in miniatura. Si trattava di marine dell’Argentario realizzate su piccolissimi supporti di plastica quali le schede telefoniche. Ogni volta che organizzavo delle esposizioni, mi rendevo conto che questi dipinti destavano grande interesse nelle persone, ed erano più ammirati di quelli classici di medie dimensioni, ciò mi spinse ad intraprendere nuovi percorsi alla conquista di frontiere più estreme. Infatti, dalle misure standard delle schede telefoniche passai a quelle del francobollo e quindi andai ancora oltre, a supporti microscopici. Alla fine di quell’anno avevo raggiunto la dimensione del millimetro quadrato di superficie. La cosa fece scalpore, tanto che per un certo periodo ne parlarono tutti i giornali locali e diversi quotidiani nazionali.

Tutto questo non poteva passare inosservato al vasto pubblico, e fui quindi chiamato nelle più importanti trasmissioni televisive di intrattenimento del tempo: andai più volte da Maurizio Costanzo (“Maurizio Costanzo show” e “Buona domenica”) e da Sgarbi (“Sgarbi quotidiani”) su canale 5, ma anche a “Uno mattina” su RAI 1 e “In famiglia” su RAI 2.

Questo mi incitò a creare quadri dalle dimensioni inferiori al millimetro quadrato, che riuscii a realizzare, secondo il mio modo di sentire la pittura, con ottimi rendimenti coloristici. Intanto stava anche arrivando l’omologazione ufficiale nel famoso libro del Guinness dei Primati (pag. 186 dell’edizione italiana 1996).

Qualcuno mi suggerì di proporli ai vari musei italiani ma, come dice la canzone di Claudio Baglioni, siccome “io questa cosa qui mica l’ho mai creduta”, non mi sono mai preoccupato di arrivare a questi traguardi irraggiungibili. Poi però, con il passare del tempo e con il crescere delle mie competenze e della mia vena creativa, mi sono prodigato per raggiungere questo obiettivo e dopo tanto impegno e tanto tempo, sono riuscito a realizzare questo mio sogno: due delle mie molte opere microscopiche sono esposte alla Galleria degli Uffizi ed a Palazzo Pitti, a Firenze. Tutto il percorso è stato particolarmente lungo. È stato difficile anche selezionare i dipinti da esporre: li ho dovuti esaminare uno a uno con estrema cura, perché era necessario scegliere quelli che fossero più rappresentativi della mia arte. Tanti sono stati i dubbi e i ripensamenti, poi alla fine ho optato per due marine dell’Argentario dalle dimensioni di circa 0,3 x 0,5 millimetri, che esprimono il mio forte legame con Porto Santo Stefano.

Mia figlia Pamela, che ormai vive a Firenze da una decina d’anni, talvolta entra in quei paradisi dell’arte non tanto per ammirare i capolavori del padre – che conosce benissimo e ama quanto me – ma per sincerarsi che essi siano ancora esposti in quelle pareti. A distanza di tanti anni ancora si trovano nella posizione in cui vennero collocati la prima volta, non hanno subito alcuno spostamento, e ciò mi fa pensare che questo dipenda soprattutto dalle eccezionali misure, talmente piccole da non dover mai richiedere ubicazioni diverse.

Poche persone sono a conoscenza della presenza dei miei quadri in questi due musei importanti. Per tanti anni, ho deciso di non parlare con nessuno di questo argomento, salvo che con la mia famiglia e con qualche affezionatissimo amico, temendo di non essere creduto e deriso. Anche se non tutti amano realmente le mie opere, c’è qualcuno tra i miei amici che, ammirandole sinceramente e riconoscendo le mie capacità pittoriche, mi consiglia di esporre anche al museo del Louvre di Parigi.

Di fronte a tanto apprezzamento io non posso far altro che accontentarlo, e quindi lo farò, ma soltanto se avrò occasione di recarmi a Parigi … non prima … perché ritengo necessaria la mia presenza al momento della scelta del mio spazio espositivo, per esigenze del tutto personali.

Nel passato sono già stato nella capitale francese ed ho già visitato il Louvre, ma in futuro, quando ci ritornerò, mi porterò dietro alcune delle mie opere microscopiche e, come ho già fatto agli Uffizi e a Palazzo Pitti, le incollerò alle pareti  ☺ … …  tanto … tanto … nessuno degli addetti ai lavori si accorgerà dei quadri clandestini … … … invisibili! ☺.

Ritorna agli indici


Le scarpe prodigiose

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Le scarpe prodigiose (Anno intorno al 1958-60)

Non sono sicuro dell’anno, può darsi che non rientri nel periodo indicato, ma sono certo che l’episodio che sto per raccontare sia avvenuto nella stagione invernale. Ricordo chiaramente che, quando uscivo da scuola, subito dopo aver pranzato, ero solito cambiarmi gli indumenti e andare a giocare all’aperto con gli amici. Un giorno, nel cercare le mie scarpe preferite ebbi un’amara sorpresa perché, dopo un’intensa indagine, mi resi conto che mancavano all’appello. Questo scombussolò completamente tutti i miei piani per quel pomeriggio. Infuriato come una iena, domandai a mia madre dove le avesse riposte, e lei mi rispose che, dal momento che erano ormai logore, le aveva gettate nel secchio della spazzatura e quindi consegnate allo spazzino nella tarda mattinata. Nel sentire quelle parole rimasi senza fiato ed incominciai a piangere a dirotto. Inutili furono i tentativi di mia madre per farmi calmare.

Mi precipitai come un fulmine in uno dei luoghi in cui veniva raccolta parte della spazzatura paesana. Presso quei cumuli di immondizia si trovavano spesso dei bambini – ma talvolta anche qualcuno più grandicello – che, armati di piccoli bastoni per meglio scavare, andavano alla ricerca di qualcosa da recuperare. Di tanto in tanto, qualcuno trovava oggetti preziosi e spesso cose ancora utili, ma il più delle volte, la ragione principale di quelle ricerche era la semplice curiosità infantile.

Naturalmente le mamme e soprattutto la mia, mal tolleravano che i loro figli andassero a frugare in mezzo a quella puzzolente poltiglia. Io ne ero semplicemente schifato e recarmi presso quegli ammassi maleodoranti mi faceva mancare le forze. Pieno di vergogna però lo feci ed incominciai timidamente a girare attorno ad essi per cercare di intravedere le mie scarpe ormai perdute, quindi preso dalla tentazione di ispezionare più nel profondo, cercai di avvicinarmi, ma più mi approssimavo più mi accorgevo che l’aria fetida mi penetrava nei polmoni, ubriacandomi. Fu a quel punto che decisi di interrompere l’esplorazione e di fuggire a gambe levate.

Mi ritrovai sotto casa con gli occhi pieni di lacrime, con Augusto il Gatto accanto, intento a consolarmi. Solo lui sapeva il mio segreto, era l’unico a conoscenza dell’importanza di quelle scarpe per il mantenimento delle nostre prosperose riserve di palline, di cui eravamo entrambi possessori al 50%. Anche lui aveva le scarpe consumate come le mie ma, prevedendo che sua madre presto le avrebbe gettate nella pattumiera, le fece sparire con un piccolo stratagemma. L’espediente del Gatto inizialmente doveva essere quello di indurre la madre a scartare le scarpe senza che queste finissero nella spazzatura, ma le cose andarono diversamente perché quelle scarpe erano state comprate da poco tempo. Infatti Augusto, qualche settimana prima, era stato costretto a sostituire le scarpe vecchie completamente sfondate con un paio nuovo, e per creare due bei fori, necessari per la nostra comune attività, iniziò a raschiare la parte esterna della suola di cuoio con carta vetrata a grana grossa. Nel frattempo, ogni sera, riponeva le scarpe sotto il suo lettino per non dar modo a sua madre di prenderle in mano. Occorsero tre giorni al Gatto per svolgere solo la prima parte del suo strambo piano, quello della foratura, mancava quindi la fase più difficile, quella cioè di salvaguardare il destino del prezioso paio di calzature. Non aveva però calcolato che Elia, sua madre, ogni mattina gliele spazzolava prima del suo risveglio, riponendole poi nello stesso punto. Era perciò inevitabile che vedesse l’anomalo aumento dei fori in quelle scarpe quasi nuove. Tutto poteva immaginare meno che quei buchi in forte progressione fossero opera del figlio, quindi le portò ad Elio Murzi, il commerciante che gliele aveva vendute, per fargli notare l’insolito difetto. Questi, senza sentire ragioni, le rispose semplicemente che dalla sua bottega usciva soltanto roba di alta qualità e che probabilmente suo figlio aveva corso su terreni impervi.

Elia non gettò quelle scarpe nella pattumiera, ma le portò dal calzolaio per la risolatura, il quale più meravigliato di lei, si domandava come fossero giunte a quel livello di degrado. Il piccolissimo laboratorio di Elio il calzolaio – un nome veramente protagonista in questa storia – padre del nostro amico Mauro, si trovava proprio sotto la casa di Augusto e quindi era assai facile per quest’ultimo ispezionare da fuori quella stanzetta di pochi metri quadrati. Una volta individuate le sue scarpe, non gli restò che attendere il momento opportuno per farle sparire. Siccome Elio non lasciava mai incustodita la sua bottega, decidemmo di creare noi l’occasione propizia. Non fu facile. Simulai per gioco una scazzottata con l’inconsapevole Pancio nei pressi di quel laboratorio, con lo scopo di far uscire fuori il calzolaio e dare modo ad Augusto di prelevare le sue preziose calzature. Pancio non era a conoscenza del nostro piano e credette che si trattasse del solito gioco tra ragazzi ma, quando iniziammo a lottare, a differenza delle altre volte, io incominciai a gridare e a lanciare improperi, proprio con l’intento di allarmare l’intero vicolo. Intervennero diverse persone a dividerci e fra queste anche l’uomo che volevamo fuori dal suo abituale luogo di lavoro, ma quando capirono che non facevamo volare veri cazzotti ci lasciarono stare, non senza mugugni. Nel frattempo il Gatto, con passo felpato, era entrato nella bottega e si era rimpossessato delle sue scarpe bucate, che a partire da quel momento, tenne lontano da casa sua e da sua madre. Quello che successe tra Elia ed Elio, in seguito a quella strana sparizione, non sono mai riuscito a saperlo, comunque conoscendo Augusto – l’Augusto bambino – sono certo che la verità non sia mai venuta fuori.

Ritornando alle mie scarpe, poiché ero parecchio intenzionato a rientrarne in possesso, il giorno dopo marinai la scuola per parlare con Valzesio, l’operatore ecologico del nostro vicolo. Dopo avergli spiegato il fatto – condendo il tutto con qualche bugia di troppo – egli mi indicò il punto esatto in cui scaricava la sua raccolta. Fu facile trovare il posto e ancor più facile ed agevole ritrovare il mio apprezzato strumento di lavoro. Quel mucchio di spazzatura indicatomi, per fortuna, era piuttosto piccolo, poco maleodorante e abbastanza asciutto, tanto da non permettere alcun cambiamento di stato alle mie scarpe che, nonostante tutto, apparivano prive di umidità e non contaminate da liquami.

Mi guardai bene dal riportarle a casa ed ogni sera le riponevo nello stesso tombino in cui le metteva il Gatto.

La nostra scorta di palline aumentava sempre più. Ne avevamo a bizzeffe ed eravamo invidiati dagli amici che molto spesso ci domandavano come facessimo ad averne così tante, dal momento che raramente ci vedevano giocare e vincere. Era un segreto che non potevamo rivelare perché avremmo rischiato di prenderle tante e di santa ragione, cosa che purtroppo avvenne – solo per me – a distanza di qualche giorno. Quella volta, nella prima parte del pomeriggio, come al solito, Augusto ed io ci recammo alla marina antistante il “Bar Centrale”, dove numerose schiere di bambini già stavano giocando a palline. Tale posto era ideale per quel tipo di gioco, sia per l’ampiezza che per la ricchezza di rena, con la quale si potevano creare piste a volontà. C’erano anche spazi privi di sabbia dove, sempre con le biglie, si facevano altri tipi di giochi, quelli cioè che preferivamo noi … ma solo da spettatori. Sì … spettatori ma anche veri protagonisti su tutto il campo.

Ci divertivamo a percorrere in tutte le direzioni – non senza creare disagi ai giocatori – la spaziosissima area di gioco. Dopo il nostro passaggio diverse palline sparivano dai loro punti di ubicazione ed andavano a finire – tramite i buchi nelle suole – dentro le nostre scarpe. Anche quel giorno, come al solito, calcolavamo di portare a casa una trentina di palline, ma qualcosa andò storto: feci l’errore di imbattermi e disturbare il gioco dei due fratelli “Robusto” (soprannome comunemente valido per entrambi, i cui nomi sono Roberto e Franco) e di fregare loro, in un sol colpo, tre palline. Franco, essendo un tipo molto sveglio, non appena si accorse del furto, mi additò e, gridando a squarciagola che aveva scoperto il ladro, attirò l’attenzione di tutti i ragazzini su di me. Nel punto in cui mi trovavo non potevo scappare, perciò aspettai gli eventi: consapevole che ognuno di loro aveva una valida ragione per saltarmi addosso. Mi arrivò un pugno diretto sul naso che subito iniziò a sanguinare, un altro invece, colpì con violenza un occhio. In quel momento, proprio mentre stavo ormai pensando di morire, uno dei ragazzi più grandi riuscì ad isolarmi dal gruppo inferocito e a proteggermi: si chiamava Elio.

«Adesso basta!» gridò, e rivolgendosi con forte rabbia verso di me, mi suggerì di riportare alla marina tutte le palline rubate nei giorni precedenti e riconsegnarle ai rispettivi proprietari, altrimenti sarebbero stati guai. Sentivo ancora forti schiamazzi e quando riaprii gli occhi, o meglio l’occhio che era ancora in grado di vedere, notai con meraviglia che Augusto si stava scazzottando con due ragazzi. Nessuno dei numerosi gruppi intervenne, anzi questi si sciolsero e formarono un unico cerchio attorno ai tre lottatori, a me e al mio salvatore Elio. Il Gatto intanto, studiava le mosse dei due avversari e si muoveva con sorprendente agilità, proprio come il felino di cui portava il soprannome, e sebbene fosse da solo, riuscì a pestarli sonoramente e a metterli in fuga. Soltanto più tardi venni a sapere che quei due erano i veri responsabili del mio pestaggio e che la scazzottata di Augusto non era collegata alla sparizione delle palline, ma nasceva dal desiderio di difendermi da chi mi aveva brutalmente colpito.

Vista la difficile situazione, mi diressi subito verso il nascondiglio per prendere il maltolto e riportarlo ai legittimi possessori. Augusto mi seguì ma, a buona ragione, si guardò bene dal camminarmi vicino per non essere scoperto come mio complice. Appena arrivammo nel luogo in cui nascondevamo il nostro “tesoro”, prendemmo uno dei due vasi colmi di palline e ci dirigemmo verso la marina. Mi aspettavo un finale molto umiliante invece la giornata si concluse con un grandissimo ed inaspettato divertimento.

Poco prima di raggiungere i ragazzi che giocavano a palline, Augusto si separò da me per recitare la parte del derubato e mi lasciò solo con il vaso di biglie, che posi sul muretto che separava la spiaggia dalla piazza principale.

Il naso aveva ormai smesso di sanguinare e il dolore all’occhio era completamente scomparso, ma il cerchio nero che lo circondava era in netta progressione, minuto dopo minuto. Non mi interessava, anzi, mi sentivo come un re.

Dal mio trono – ero seduto sul muretto – dominavo la situazione sulla spiaggia: ero in grado, come un direttore d’orchestra, di comandare ed armonizzare i copiosi gruppi di ragazzi che si trovavano sotto di me, dirigendoli dove io volevo. Mi guardavano come tanti cani affamati quando mi vedevano inserire la mano dentro il vaso e prendere una manciata di palline che gettavo in aria in ogni direzione. Ad ogni lancio osservavo i bambini dirigersi a folle corsa nel punto di caduta, dandosi spintoni per raggiungere per primi la “manna dal cielo”. Un’idea splendida mi balenò per la mente e la misi subito in atto: prima di ogni lancio guardavo dove fosse posizionato il Gatto e proprio in quel punto esatto lanciavo le palline. Franco, il più scaltro dei due fratelli Robusto – quello che per primo scoprì l’inganno – se ne accorse immediatamente e quindi iniziò a seguire preventivamente ogni passo di Augusto per raccogliere con facilità un maggior numero di biglie. Mi sentivo importante. Ma ciò che considerai la ciliegina sulla torta fu l’entrata in gioco di alcuni babbi che si unirono ai loro figli … … …

Ritorna agli indici


Il ferro da calza

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Il ferro da calza (Anno 1959)

Da piccolo, ero un bambino molto sveglio ed anche un po’ particolare, considerato un “ganzo” dagli amici, cioè uno “stravagante”, con qualche pizzico di pepe in più.

Sono sempre stato un grande appassionato di illusionismo, ma quell’anno organizzai uno scherzo in un modo assai … più cruento … per modo di dire! Tutto iniziò con il furto, a mia madre, di un ferro da calza, il più lungo tra quelli che lei impiegava per farmi le maglie di lana. Mi occorreva perché volevo dare l’impressione che un ferro si fosse infilato accidentalmente nel muscolo della mia gamba, perciò lo piegai, realizzando una curva ad omega che passava tangenzialmente per metà della sua circonferenza. In quei due punti riportai in linea il ferro che attorniava la carne, proponendo così l’orrenda visione di una freccia che attraversava di netto l’arto. Ricoprii ferro e muscolo con un’unica fasciatura, premurandomi di nascondere bene la parte che poteva far svelare l’inganno e, quindi, applicai del colore rosso sangue sul bendaggio stesso, in corrispondenza dell’entrata e dell’uscita del ferro.

Uscii per strada convinto di fare fesso qualche mio compagno di gioco, ma non fu così. Nessuno credette a quella simulazione, seppur fatta molto, molto bene. Nessuno la bevve, fino a che non incontrai la mamma di Larone e Ciusone (i miei amici Basilio e Marcello) che appena mi vide si allarmò a tal punto da non accorgersi del mio sorriso beffardo.

Mi fece stendere per terra ordinandomi di non muovermi – cosa che feci con grande piacere – ed incominciò a chiamare aiuto. Stetti al gioco perché la situazione che si stava creando era proprio quella da me fermamente desiderata e poi, ero curioso di vedere cosa avrebbero fatto i grandi di fronte a quella situazione (sebbene ideata da me). La gente, in effetti, l’aveva presa sul serio ed era in preda al panico. Due donne mi portarono subito uno sgabello ed un bicchiere d’acqua, mentre altre andavano cercando qualcuno con l’automobile che mi portasse al pronto soccorso dell’ospedale di Orbetello. Nonostante tutti i tentativi fatti non riuscirono a trovare nessuna persona in grado di farlo, poiché nel 1959 di automobili in circolazione ce n’erano ben poche.

Le persone che mi stavano soccorrendo erano ormai talmente spaventate che con le loro grida avevano attirato l’attenzione di molta altra gente, che altrettanto allarmata, incominciava a riversarsi nel piccolo vicolo e a far nascere un certo brusio. Ad un certo punto mi domandai se fosse stato più giusto svelare loro l’inganno, ma non me la sentii di fare una figuraccia davanti a così gremita folla.

Incominciai a riflettere sulla situazione ormai arrivata ad un punto di non ritorno e compresi che certamente, di lì a poco, sarei stato scoperto ed avrei dovuto subire il peso delle conseguenze del mio comportamento. Pensai che tutta quella gente era talmente convinta della mia ferita che non mi avrebbe abbandonato fino all’intervento del dottore e … tutto l’imbroglio sarebbe venuto fuori.

Fu così che, dopo aver contato mentalmente fino a dieci, mi alzai di scatto dallo sgabello e mi precipitai verso la via che conduceva a casa mia, lasciando tutta quella moltitudine perplessa e incredula.

Qualcuno però mi sbarrò la strada: mia madre. Anche lei accorse temendo per la mia salute e quando mi vide, mi si mise davanti, impedendomi di proseguire.

«Stefanino!» mi disse «Cosa ti hanno fatto? Fammi vedere dove ti si è infilato il ferro!»

La frase non era ancora terminata che mi sentii arrivare un grosso ceffone sul viso. Lo schiaffo che mi colpì fu alquanto vigoroso, ma molti non riuscirono a notarlo – e questo è molto importante per il seguito della storia – anche perché mia madre, senza chiedere spiegazioni né a me né alla gente presente, mi prese subito per mano sottraendomi a quel numeroso pubblico.

Avevo simulato di essere ferito alla gamba per scioccare la gente, ma tutto sembrava invece essersi risolto in una grande delusione … e con le botte, che certamente non sarebbero mancate! La storia al contrario, si sviluppò diversamente. Io e mamma non eravamo neanche arrivati a casa, quando sentimmo la sirena della “Croce rossa”, a cui non demmo tanta importanza. Qualcuno l’aveva chiamata, invece, proprio in seguito all’incidente del ferro infilzato nella gamba.

Alcune persone, soccorritori e curiosi, che si trovavano nel vicolo, ormai in preda alla confusione più profonda, non avevano capito l’infantile mia bravata ed indicarono al dottore e ai due infermieri dell’ambulanza di proseguire a piedi con la barella verso il mio domicilio, che era a pochi passi da lì. Infatti, dalle finestre aperte di casa mia, si incominciava a sentire lo stesso brusio di folla in fermento presente precedentemente nel vicolo, dove era avvenuto il primo soccorso.

Qualche minuto dopo, dottore e infermieri suonarono alla porta. Io e mia madre, intuendo che tutta la vicenda avrebbe preso pieghe indesiderate, non sapevamo più che pesci prendere. Mamma aprì la porta e li fece entrare. Io pensai, che facendomi vedere spaventato e non desideroso di patire ulteriori dolori per l’estrazione del ferro, forse sarei riuscito a farli desistere. Mi sbagliavo di grosso perché questo li incitava a fare più in fretta! Intanto mia madre provava a convincere il medico che si trattava solo di una piccola ferita che avrebbe curato lei stessa, ma non vollero ascoltare ragioni.

I due infermieri mi presero di peso e mi posero dolcemente sul letto matrimoniale dei miei genitori e immediatamente dopo il dottore, altrettanto delicatamente, incominciò a togliere la lunga fasciatura alla gamba trafitta.

Il punto di non ritorno era inesorabilmente arrivato, nel giro di una manciata di secondi sarebbero arrivati tuoni e fulmini.

Sì, arrivarono. Rumorosi e sorprendenti come sempre. Questa volta … inaspettatamente … una lunghissima e potente risata del dottore risuonò per tutta la camera da letto, quando si trovò il ferro ripiegato tra le mani. Ad essa si aggiunsero poi le risate dei due infermieri, che si propagarono per tutta la casa, ripercuotendosi al di là delle finestre … … …

Ritorna agli indici


Il mondo bello

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Il “Mondo Bello” Anno (1951-52)

A quei tempi, nel mio vicolo, e generalmente in tutto il paese, noi bambini avevamo giochi per ogni stagione dell’anno. C’era il periodo delle “pallette” (palline di vetro), quello dei “tappetti” (tappi metallici delle bibite), dello “schiribizzo” (un ferro da calza tagliato e portato alla lunghezza di una ventina di centimetri, con una parte terminale ad occhiello che veniva lanciato con forza su un terreno morbido), del “tocca e ferma” (giocare a rincorrersi), del “cinemetto” (simulazione un po’ grottesca della proiezione di un film) ecc…

La storia che sto raccontando si svolse nel periodo invernale quando per le bambine andava di moda il “Mondo bello”. Questo, più che un gioco era uno stimolo, una spinta alla creazione artistica: si trattava di scavare una piccola buca, poi si inseriva all’interno una o più figure (ritagliate da un giornalino illustrato o da un libro) sulle quali si posizionava un pezzetto di vetro e quindi si ricopriva il tutto, facendo in modo che nessuno si accorgesse dell’operazione effettuata nel terreno. Talvolta le figure erano multiple ed occorreva riporle spianate sopra un pezzo di tavola o di cartone. Ogni bambina preferiva fare il suo “Mondo bello” quando era sola, ma questo – data l’alta frequentazione del vicolo da parte di grandi e piccoli – di solito non accadeva. In questo gioco le mie sorelle competevano con Anna, Siria, Alda e le “Coppiette” (Carla e Mafalda). Quando ognuna delle partecipanti al gioco aveva portato a termine la propria opera, iniziava il confronto per il riconoscimento del lavoro migliore. A volte la competizione durava qualche giorno e le figure potevano nel frattempo essere cambiate.

Noi bambini facevamo ben altro, avevamo passatempi più movimentati, tra tutti però il nostro gioco preferito rimaneva sempre quello delle pallette. Di solito quell’anno frequentavo Augusto il Gatto e Franco il Pancio, ma spesso cercavo di inserirmi nei gruppi di amici più grandi che proponevano novità più interessanti. Mia madre – non capivo il perché ma in questa stessa storia ne appare chiara la ragione – non voleva che frequentassi i “grandiglioni”, invece io ero fortemente attratto da loro e dalle loro attività, cercavo sempre di far parte del loro gruppo quando ero certo che lei si trovasse lontano da casa e dal vicolo. Bruno, uno di questi ragazzi, era solito organizzare il “cinemetto” e quindi cercare spettatori paganti: l’entrata era di tre lire. La pellicola, lunga un paio di metri e formata da ritagli di fumetti incollati nella giusta progressione, conteneva un intero episodio. La lunga striscia di carta, completamente avvolta in una asticella e passata all’interno di due spezzoni di cartone – uno dei quali con un’apertura corrispondente alla grandezza dei singoli riquadri ritagliati che permetteva la visione del film – veniva arrotolata da una seconda asticella posta nell’altra estremità. Per rendere più comodo il lavoro dell’operatore, la coppia di cartoni veniva incollata su una scatola da scarpe e per creare una più reale atmosfera da cinema si utilizzava un luogo abbastanza buio con un po’ di luce artificiale, cioè il vano di entrata di un portone ed una candela.

Un giorno io, Augusto e Franco, dopo aver pagato le tre lire d’ingresso entrammo in un portone insieme ad altri bambini per assistere alla proiezione del film che durò più o meno cinque minuti. Al termine di questa, Bruno rivolto al pubblico e mostrando un mazzo di fotografie, ci disse che lo spettacolo sarebbe continuato. Ci chiese altre tre lire, ma quando vide che non le avevamo, decise di far rimanere nel portone soltanto chi aveva qualche spicciolo in tasca. Io sarei potuto restare perché mi rimanevano ancora tre lire, ma Augusto e Franco sarebbero dovuti uscire se non mi fosse venuta l’idea di allungare loro una lira ciascuno. Quelle foto erano di un’originalità unica: materiale pornografico! Io ed i miei coetanei le guardammo con forte curiosità, non riuscendo a capirne il significato, però, data l’importanza che i grandiglioni davano agli “strani accoppiamenti”, quelle foto dovevano essere molto interessanti e molto proibite, tanto che Bruno non le portava a casa, ma le conservava in un nascondiglio. Attesi la sera e, senza che questi se ne accorgesse, tenni sotto controllo ogni suo spostamento, alla fine lo vidi aprire un tombino, entrarvi dentro, poi uscirne risistemando il coperchio. Incuriosito dalla scoperta fatta, andai subito a vedere il tesoro presente nel tombino e poi ne uscii con il carico proibito. Mi diressi sotto un lampione per osservare meglio quelle foto, ma nonostante tutto mi rimanevano ancora insignificanti. Inizialmente pensai di riporle provvisoriamente nel mio nascondiglio personale, invece subito dopo decisi di fare uno bello scherzetto alle bimbe che conoscevo. Era buio già da un po’ e, sebbene sapessi che mia madre era già in ansia per il mio ritardo, andai nel luogo in cui le bambine creavano il “Mondo bello”. Che divertimento! Qui passai senza accorgermene un’abbondante ora ridendo come un pazzo: mi sembrava strano … molto strano che avessero scavato così tante buche – ne contai più di venti – e quando incominciai a sostituire a quelle immagini innocenti le foto pornografiche, mi accorsi che ad ogni figura era abbinata una piccola striscia di carta con nome e cognome scritti in stampatello, alcuni dei quali perfettamente sconosciuti. La cosa delle identificazioni mi parve alquanto insolita, ma non gli detti peso. Poiché rientrai a casa in grosso ritardo, le presi di santa ragione, e con me le prese anche Emilia che si affannava a ripararmi – come faceva di solito – quando mamma mi sculacciava. Certamente non sapevo che quella storia sarebbe continuata il giorno dopo con un profilo ben diverso da quello che avrei mai immaginato.

Quel giorno fu davvero indimenticabile! Mi svegliai presto perché non vedevo l’ora di assistere alla competizione tra i vari “Mondo bello”. Mi immaginavo le facce meravigliate di Imperia, Emilia, Anna, Siria, Alda, le Coppiette e le altre amiche per me sconosciute, nel momento in cui scoprivano le loro opere e si accorgevano della stramba sostituzione. Aspettavo con irrefrenabile trepidazione il pomeriggio – perché la mattina le mie sorelle e le loro compagne andavano a scuola – per godermi lo spettacolo. Mi sbagliavo perché tutto si svolse entro la mattinata! … E in che maniera!

Non erano ancora le ore dieci quando vidi arrivare nel nostro vicolo Giovanna, probabilmente la madre di una partecipante, che mi domandava dove fossero sistemati i “Mondo bello” delle bambine. Dieci minuti più tardi tutta la zona si stava riempiendo di persone che continuavano a venire da ogni viuzza. Infine arrivò l’intera classe di Imperia e Emilia, guidata da una maestra della scuola. Cosa faceva tutta quella gente nel mio vicolo? Parlavano di giuria, bravura, punteggi ed altro. Poco dopo sentii Imperia che diceva:

«Sta arrivando anche il direttore … tra poco iniziamo la gara.»

Nel sentire quel “gara” capii immediatamente la gravità della situazione che avevo creato. Non c’era via di scampo. Cosa avrei dovuto fare per risolvere il problema? Avrei voluto gridare a squarciagola mandando via tutti. Avrei voluto che piovesse a dirotto, avrei voluto simulare un malore improvviso, avrei voluto … ma ormai la manifestazione era incominciata e la maestra stava già chiamando le bambine che via via si spostavano fiere vicino alla loro buca. Tutto stava procedendo tranquillamente mentre la mia mente era ormai in preda al caos più profondo.

Quando tutte le concorrenti furono nella propria postazione iniziò la valutazione delle loro opere da parte della giuria, formata dal direttore, dalla maestra e da due bambine della classe quinta. Ormai la tragedia era imminente e già prevedevo ciò che di lì a poco sarebbe accaduto, quando mi apparve un’ancora di salvezza e pensai: “Perché mi sto preoccupando così tanto per quello che succederà tra poco dato che nessuno può essere a conoscenza che io ne sono il responsabile? Io sono solamente uno dei tanti venuti ad assistere! Non mi potranno incolpare” e poi ancora “Stefanino … goditi lo spettacolo!”.

Quando il panico si trasformò completamente in pieno entusiasmo ed io ero pronto a gustarmi il gradito spettacolo, il primo “Mondo bello” era già stato aperto dalla maestra.

Che delusione! Ella, come se nulla di strano si fosse presentato ai suoi occhi, si alzò scambiando alcune parole con il direttore. Entrambi scoprirono una seconda buca e poi un’altra ancora, richiudendole immediatamente, quindi la maestra, rivolgendosi alle alunne in gara, disse loro:

«Abbiamo visto che ad ogni figura avete abbinato il vostro nome e cognome, perciò potete abbandonare il vostro posto e raggiungere i vostri genitori. Dato che le figure sono molto belle, io ed il direttore abbiamo deciso di portarle via per meglio valutarle. La manifestazione è terminata. Arrivederci a tutti».

Rifiutando di farsi aiutare dal resto della giuria, il direttore e la maestra tirarono fuori tutte le foto dalle buche. Con quel misurato loro modo di agire, evitarono certamente clamori e spiacevoli conseguenze.

“Bravi furbetti” pensai “questi hanno visto le fotografie ed hanno certamente pensato di regalarle ai propri figli per fare in modo che guadagnino con il loro cinemetto!”.

Il giorno dopo, Emilia ed Imperia, quando tornarono da scuola, mi dissero che i “Mondo bello” erano tutti … … …

Ritorna agli indici


Lo straccetto nero

Storielle stravaganti di un eccentrico santostefanese

Storie stravaganti di Stefano Busonero

Lo straccetto nero (Anno 1950)

Anche se avevo solo tre anni o forse quasi quattro, ricordo spesso mia madre impegnata a scrivere su un foglio di carta. Puntualmente e sempre con molta curiosità, mi avvicinavo a lei per capire cosa stesse facendo. La risposta che dava alla mia domanda era sempre la stessa:

«Scrivo a babbo che si trova lontano da noi.»

Io non capivo che significato avesse quella breve risposta che, a pensarci bene conteneva e dava per scontati diversi processi di cui non potevo conoscere i particolari, quali il saper scrivere, la spedizione della lettera, il viaggio della stessa, la consegna al destinatario, il saper leggere ed il recepire il messaggio da parte del destinatario, ecc. Riuscii solo a capire che quell’operazione, nella sua globalità, significava far sapere a babbo come andavano le cose in famiglia. Non riuscivo però ad andare oltre, tanto che mia madre, vedendo la mia perplessità, mi disse semplicemente:

«Io penso una cosa, la scrivo su questo foglio e poi il babbo viene a sapere ciò che ho in mente di dirgli.»

«Anche se è lontano? Allora posso fare anch’io la stessa cosa?» risposi a tono.

«Sì, purché tu sappia scrivere!»

«Mamma! Dammi un foglio di carta che anch’io voglio scrivergli!»

Prese un foglio di quaderno, poi aprì il cassetto del tavolo da cucina, tirò fuori un lungo coltello con il quale divise il foglio in due – eravamo poveri e si doveva risparmiare su tutto – e lo pose sul tavolo davanti a me. Montai sulla sedia e, con in mano una matita, incominciai a pensare intensamente a mio padre.

“Babbo ti voglio tanto bene. Mi manchi tanto. Quando vieni a casa portami una pistola da cowboy, poi andiamo insieme al mercato e mi compri un’automobile rossa a pedali. Ciao, tuo Stefanino”.

Soddisfatto di aver portato a termine la mia nuova impresa, consegnai alla mamma il foglio appena redatto, pieno di scarabocchi. Lei lo esaminò attentamente e mi disse che non riusciva a comprenderne il contenuto. Io non detti peso a quella risposta perché nello scrivere avevo pensato così intensamente a lui, e ritenevo che lei non riuscisse ad interpretare le mie “frasi” solo perché il mio pensiero non era a lei diretto.

Qualche tempo dopo seppi che non era sufficiente scrivere la lettera, ma che bisognava anche imbucarla. Decisi di fare una gradita sorpresa a babbo dandogli notizie fresche, scritte direttamente dalla mia mano. Nella settimana che seguì imbucai diverse lettere ed insegnai anche al mio amico Augusto a scriverle – con un metodo tutto mio – e ad imbucarle.

Il vicolo dove abitavamo era per noi bambini semplicemente meraviglioso: un piccolo parco naturale con tanta vegetazione, stradicciole, dirupi e piccoli piazzali vergini, dove potevamo fare qualsiasi gioco … anche scavare buche per inviare lettere ai nostri genitori! Ne avevamo già fatte e ricoperte, tra me e Augusto, una decina, quando Franco, il cugino di quest’ultimo, ci disse che le lettere, imbucate in quella maniera, non sarebbero mai arrivate ai nostri padri.

«Mia madre mi ha detto che per imbucare la lettera occorre il francobollo, altrimenti rimane lì» disse Franco con una mimica, a dir poco, da vero filosofo.

Aprimmo alcune buche ed avemmo la conferma di ciò che ci aveva appena spiegato il nuovo arrivato: le dieci lettere fradice d’umidità, giacevano tutte dove erano state imbucate.

«Dobbiamo procurarci i francobolli … mia madre ne ha tanti e so benissimo dove li tiene» dissi io.

Ella era fuori per la spesa e quindi avevo campo libero. Sapevo con esattezza dove erano sistemate tutte le cose che ci potevano servire: il foglio di quaderno, quel lungo coltello per dividerlo in più parti, la matita, la busta ed il francobollo. Ebbi la fortuna di trovare tutto l’occorrente e soprattutto la busta con il francobollo già attaccato ed anche timbrato, di una vecchia lettera che il babbo in passato ci aveva inviato. Uscii fuori con tutto il materiale ed iniziammo la prima operazione, quella più delicata, che consisteva nel taglio del foglio. Lo presi in mano, delicatamente lo piegai in due, appoggiai la lama del coltello tra le due parti da dividere e …

Sgomento e panico.

Un forte calore alla testa, la vista annebbiata, una grande confusione. Un fuoco, che si percepisce sempre più localizzato e, via via, ancor meno esteso, diventa sempre più acuto ed insopportabile. Il dito indice della mia mano sinistra batte tremendamente e mi duole … sanguina molto.

Il coltello apparve tinto di colore rosso acceso mentre in terra si stava ingrossando una bella chiazza di sangue. Tenevo ben stretto con l’altra manina il dito ferito, che continuava liberamente a sanguinare. Augusto raccolse da terra un piccolo straccio nero da cui riuscì a strappare una striscia che mi allungò, suggerendomi di avvolgerla al dito ferito. Lo feci, ma sarebbe stato molto meglio se non l’avessi mai ricoperto con quel brandello di stoffa, maledettamente infetto. Andai subito a cercare mia madre e, come al solito, la trovai nella bottega di Ardita. Appena mi vide quasi svenne. Andammo immediatamente a casa, mi disinfettò con l’alcol e mi fasciò il dito con una vera fascetta farmaceutica. Non conoscevo gli effetti diretti dell’alcol sulle ferite fresche e il fatto di scoprirlo in quell’occasione fu un’amara e dolorosissima sorpresa … ma non finì lì! Il giorno dopo il dito era gonfio e tutta la mano bloccata e dolorante. Venne a visitarmi il Dottor Giulio e trovando una grossa infezione in corso su tutto l’arto, programmò … … …

Ritorna agli indici


La mano sinistra nella chitarra

Imparare a tenerla nella giusta posizione sul manico della chitarra:

Mano sinistra – numerazione: 1 = indice, 2 = medio, 3 = anulare, 4 = mignolo

  • La mano sinistra deve stare sempre con le nocche allineate e parallele al manico e di conseguenza anche il palmo. La parte interna del palmo  deve stare ad una piccola distanza dal bordo del manico. Se volete avere il palmo pressappoco parallelo, anziché esattamente parallelo, vi consiglio di preferire la posizione in cui la giuntura del mignolo sia più vicina al manico.
postura mano sinistra
posizione della mano sinistra, si noto il parallelismo con il manico

Posizione della mano sinistra: Notate che le due dita (1 e 2) della foto sopra riportata non hanno problemi nel raggiungimento simultaneo delle rispettive sbarrette, mentre il terzo dovrà allargarsi di più per raggiungere il punto prestabilito. Inoltre, all’apparenza, sembrerebbe assai arduo che anche il dito n° 4 riesca a raggiungere la rispettiva sbarretta, ma bisogna tenere conto che l’allargamento delle altre tre dita gli facilita il compito.

  • Tutti e quattro i polpastrelli delle dita debbono stare sempre a ridosso della tastiera in modo da avere sempre vicina la corda e, quindi, le note da premere.
  • La presa tra pollice e le altre dita deve essere diretta solo in contrasto tra essi (tra il pollice e le altre quattro dita: si veda la figura sopra inserita). In altre parole la mano sinistra non deve né sorreggere la chitarra, né aggrapparsi al manico della stessa. Lo sforzo di un dito deve essere pari allo sforzo contrastante del pollice. Molto spesso così non è e si tende perciò a tirare il manico della chitarra verso il corpo.
  • I movimenti delle dita della mano hanno una propria traiettoria, cioè vanno sempre verso l’ultima falange del pollice (quella delle impronte digitali). Il dito, che preme la corda a martelletto,  deve seguire una traiettoria ben precisa che rispetti l’articolazione della nocca. Tale traiettoria, se non ci fosse il manico interposto fra il dito dinamico e il pollice statico, dovrebbe portare il primo a toccare il secondo.
posizione pollice
posizione pollice, leggermente inclinato a sinistra

Imparare a tenere il pollice sempre orientato nella stessa maniera sul manico della chitarra.

Il pollice non deve mai uscire fuori dal manico, deve poggiare all’incirca al suo centro, ed una volta scelta la posizione deve rimanere tale per sempre e funzionare come base di riferimento (vale a dire che se lo si sposta per un passaggio assai articolato, lo si deve riportare in posizione primaria). Importante è anche la sua leggera inclinazione verso la paletta che deve rimanere tale in tutte le posizioni (che si scelga l’inclinazione più adatta alla propria mano). Altra cosa importante è l’angolazione del polso rispetto alla mano che deve essere mantenuta il più possibile intorno al valore zero, cioè a 180° (si veda la foto a sinistra). Quando, in una scala si passa dalla prima alla sesta corda, per rispettare l’arcuazione del polso occorre abbassare provvisoriamente la spalla sinistra in modo da compensare l’inevitabile angolazione che toglierebbe agilità ai tendini.

Le dita della mano sinistra debbono raggiungere la corda a martelletto (non a 90° ma inclinate verso il basso)  e il più possibile vicino alla sbarretta: il dito n° 1 deve essere molto inclinato verso la paletta, il 2 leggermente inclinato verso la paletta, il 3 appena un’idea inclinato verso la paletta, il 4 inclinato in senso opposto, mentre le forze sulle corde vanno indirizzate verso il pollice. Quello appena spiegato è valido per i primi quattro tasti, che sono i più ampi. La differenza d’inclinazione si addolcisce ogni qualvolta si raggiunge una posizione superiore, fino a avere – nei tasti alti – le dita praticamente parallele e, quindi, i polpastrelli che agiscono perpendicolarmente alle corde. Importante è il punto di partenza delle dita, che è sempre un po’ sotto la corda e che viene regolato anche dalle loro articolazioni centrali. Per raggiungere la corda, invece, il dito deve usare solo l’articolazione della nocca. Anche per gli accordi valgono le stesse regole, ma compatibilmente con la posizione corretta della mano (esempio: in un “La” maggiore eseguito sul secondo tasto, è preferibile avere il 2 e l’1 più lontani dalla sbarretta e le nocche della mano parallele,  anziché averli vicini alla sbarretta con la mano non parallela al manico). Quando si passa (ad es. nelle scale), dalla sesta corda alla prima, il polso deve ruotare (con asse sulla tastiera) per poter far raggiungere le corde a martelletto. Il pollice, che fa contrasto, ha solo 2 posizioni: Quella delle cinque corde e quella del mi cantino. Durante la rotazione del polso, l’interno del palmo della mano deve essere costantemente parallelo al manico. In questa maniera tutte le dita hanno la stessa distanza dalle corde. A proposito delle due sole posizioni del pollice sinistro, una per le cinque corde ed una per il mi cantino, non è assolutamente necessario passare dall’una all’altra in una scala completa, ma è preferibile usare quella del mi cantino quando si suona il mi cantino e, per la stessa ragione, se dalla prima si passa alla seconda corda, si può rimanere con il pollice nella stessa posizione. L’importante, lo ripeto, è tenere il pollice leggermente inclinato verso la paletta in tutte le posizioni. Soltanto un’inclinazione costante permetterà alle dita di trovare le note senza il bisogno di guardare la tastiera. Molto spesso vediamo in televisione personaggi famosi che suonano con il pollice fuori dal manico e con mani nelle più svariate posizioni. Non possiamo assolutamente dire che sbaglino, perché potrebbero essere “quelle” le loro personali impostazioni di base a cui fanno sempre riferimento. Perciò se  un’impostazione corretta ci permette di suonare bene, un’impostazione un poco fuori dal canone ma mantenuta costante produce più o meno lo stesso effetto. L’importante è che non si cambi impostazione ad ogni cambio di accordo o ad ogni passaggio; in questo caso si perderebbero punti di riferimento molto importanti e saremmo costretti a suonare sempre con l’aiuto dell’occhio. Tuttavia talvolta, in passaggi assai articolati, occorre cambiare orientamento del pollice: il trucco è quello di riportarlo subito nella sua posizione naturale.

Regola importante è quella di poggiare il dito sulla corda sempre a ridosso della sbarretta. Tutto ciò è all’apparenza facile, ma quando dobbiamo lavorare contemporaneamente su quattro tasti la cosa diventa un po’ più complicata. Vedremo che questo si può facilmente attuare quando eseguiamo melodie nelle posizioni alte (cioè dal quinto, sesto, settimo tasto in su). In tal caso le dita si muoveranno facilmente sulla tastiera mentre la mano rimarrà praticamente ferma. Quando, invece, ci troveremo a suonare in prima posizione sarà arduo mantenere ferma la mano, perché senza il suo movimento le dita non potranno raggiungere il ridosso delle sbarrette. Quattro sono gli accorgimenti che la “gente” (sic) impiega per soddisfare la regola della corda premuta a ridosso della sbarretta:

  1. Un leggero traslare della mano sul manico per raggiungere via via tutti e quattro i tasti (con leggere traslazioni del pollice sul retro del manico). Vale solo per le melodie ma è un’operazione sconsigliata..
  2. Inclinare la mano ruotando il polso in senso antiorario in modo da agevolare lo stendere del 2°, 3° e 4° dito per poter meglio raggiungere le sbarrette (il mignolo (4) sarà praticamente dritto, mentre il pollice orientato in posizione inversa a quella sopra descritta descritta). Vale sia per le melodie che per la formazione degli accordi ma è un’operazione sconsigliata..
  3. Avere quattro diverse posizioni del pollice per ogni tasto, cioè ruotarlo leggermente a seconda del dito (o sbarretta del tasto) impiegato. Il dito indice si muoverà con la posizione della mano come al punto 2. Il dito medio con la mano un po’ ruotata in senso antiorario e così via (il pollice avrà quattro posizioni: una cosa pazzesca!). Vale solo per le melodie ma è un’operazione assolutamente  sconsigliata.
  4. Cercare di raggiungere le quattro sbarrette senza traslare la mano o ruotare il polso, raggiungendole semplicemente allargando le dita. Vale sia per le melodie che per gli accordi ed è un’operazione più difficile delle altre tre, ma fortemente raccomandata.

Riguardo i primi tre punti, all’apparenza, avrei potuto fare a meno di inserirli ma li ho dovuti considerare perché talvolta, senza accorgercene, li mettiamo in pratica. Tuttavia, dal momento che si suona anche in polifonia (a doppie e triple note, impiegando contemporaneamente due o tre dita per due o tre corde diverse), le traslazioni della mano e le rotazioni del polso qualche volta si rendono necessarie e, quindi, sono un valido aiuto. Basta non esagerare e ritornare sempre, quando è possibile, alla posizione di base. E poi … cosa dovrebbero fare i chitarristi con le mani piccole? Dovrebbero smettere di suonare? Si dovranno, perciò, aiutare anche con qualche piccolo artificio. Per diminuire la dipendenza verso questi tipi di espedienti occorre rendere più ampio l’allargamento delle dita.

Si veda anche Chitarra e tendiniti

 Domanda a bruciapelo con risposta in fondo alla pagina: Come vedi l’intervallo “Re – Mi”: dissonante o consonante? E come vedi il suo rivolto “Mi – Re”? 

Risposta alla domanda a bruciapelo: L’intervallo “Re – Mi” è un intervallo di seconda maggiore, perciò è un intervallo dissonante. Il suo rivolto, cioè l’intervallo “Mi – Re” è un intervallo di settima minore, perciò dissonante.


L’allargamento dell’angolatura delle dita per la chitarra

Avviso importante: Le informazioni sotto riportate hanno soltanto una valenza illustrativa. Esse non sono certamente riferibili a prescrizioni né tantomeno a consigli medici e, quindi, si prega di fare molta attenzione e smettere l’esercizio non appena si sente il minimo accenno di dolore! In tal caso l’insistere con lo stretching potrebbe arrecare seri danni alle articolazioni!

Come già visto nelle pagine precedenti, riguardo la mano sinistra, è sempre bene che questa mantenga una posizione corretta e stabile e che soddisfi globalmente le esigenze delle articolazioni delle dita, non quelle di ogni specifico dito richieste sul momento. Abbiamo quindi preso in considerazione una sola posizione (si veda la pagina precedente) da mantenere durante l’esecuzione di un pezzo (naturalmente nello stesso pezzo si dovrà lavorare in più posizioni, ognuna delle quali permetterà di agevolare le dita per un certo gruppo di note). Per fare questo occorre avere un’apertura delle dita abbastanza allargata. Una mano “normale”, rimanendo pressoché stabile, nei primi quattro tasti trova difficoltà a raggiungere le quattro sbarrette e quindi occorrerà ampliare le angolazioni di apertura delle dita con qualche esercizio. Questo vale sia per suonare melodie, che per formare accordi nella dovuta maniera (si veda anche questa sezione con foto di posizioni esatte ed errate: ad esempio gli Accordi Maggiori).

Molti chitarristi hanno la mano piccola e trovano veramente difficoltà a raggiungere tutte e quattro le sbarrette dei primi tasti ma, nonostante ciò, alcuni di loro hanno raggiunto grandi celebrità. Occorre quindi non scoraggiarsi ed andare avanti.

Esistono degli esercizi di stretching per aumentare l’angolo di allargamento delle dita della mano sinistra. Ci si può aiutare facendo forza con le dita della mano destra o, meglio ancora, con il palmo della mano destra. Inizialmente si parte con indice e medio (poi con le altre dita) e si cerca di allargarne la distanza inserendoci con una leggera forza il palmo della mano destra, che deve penetrare avvicinandosi alla giuntura delle articolazioni delle due dita sinistre. La raccomandazione è quella di non insistere troppo, sia con la forza che con il tempo: bastano pochi secondi di stretching e si raccomanda di non arrivare a sentire alcun dolore. Eseguire gli esercizi, alternando le tre combinazioni (i-m, m-a, a-m) per 5-6 volte ogni seduta. Queste potranno essere in numero di 4, 5, 6, ed anche più, spalmate nella giornata. Basteranno pochi giorni per accorgersi di aver raggiunto un buon risultato, che mai potrà essere permanente. Per poterlo mantenere, quindi, occorre far sempre gli esercizi. Un modo assai pratico è quello di giocare sul retro del manico della chitarra facendo una leggera forza con due dita aperte.

Stretching con il manico della chitarra
Stretching con  l’aiuto del manico della chitarra
Stretching con l'aiuto della mano destra
Stretching con l’aiuto della mano destra

Suonare le melodie e formare accordi senza essere avvezzi allo stretching porta a delle grandi limitazioni, sia nella velocità che nella qualità del suono, anche quando si formano gli accordi.

Dopo qualche giorno di questi esercizi (di base) si potranno iniziare quelli veri e propri sulla tastiera, che consistono nel premere le corde su tasti non contigui ma alterni (si veda la foto sottostante). Preferibile iniziare in nona o ottava posizione, dove i tasti sono abbastanza stretti per una persona che non ha mai eseguito tale esercizio. Quando in quinta posizione si riuscirà a raggiungere lo stesso risultato che si ottiene nella nona posizione ci si può ritenere soddisfatti. Comunque il consiglio è quello di non avere troppa fretta e, quindi, provare – con un po’ d’umiltà – anche ad arrivare al primo tasto. Si tenga presente che il pollice, come già detto nelle pagine precedenti, per una più vasta estensione, deve stare più in basso rispetto l’asse longitudinale della tastiera.

Stretching sulla tastiera
Stretching sulla tastiera della chitarra

Ricordare sempre la regola del “fare economia di movimento”.

 Una mano che sta ferma mentre esegue una scala è certamente più veloce di quella che si muove per agevolare le dita al raggiungimento delle sbarrette nei vari tasti. Per ottenere questo occorre anche tenere ben vasto l’angolo di apertura delle dita.


Correggere un difetto di impostazione della mano nella chitarra

Ciò che si deve fare per correggere un difetto che permane nel tempo

Se il navigatore  è entrato in questa pagina tramite motore di ricerca è bene che si legga prima la pagina precedente.

La prima domanda che dobbiamo porci è la seguente: “È esatto il mio approccio con questo esercizio?” e poi, “sono esatte le impostazioni delle dita, della mano (sinistradestra), del corpo?” e poi ancora “ho qualche muscolo (dita, mano, polso, spalle …) in tensione o qualche articolazione irrigidita dall’ansia?” e poi ancora …. altre domande relative al particolare momento che dobbiamo sforzarci ad analizzare accuratamente.

Fatto questo, iniziamo a configurare la modalità di approccio con l’esercizio da eseguire, perché quello di cui sopra accennato è soltanto la premessa, e quindi non basta.

 Capire prima bene se lo stesso difetto capita anche in altri passaggi similari, quindi controllare che le impostazioni di base (dita, mano, polso, orientamento del pollice, ecc.) siano quelle giuste e poi eseguire il pezzo a rallentamento. Queste raccomandazioni sono le stesse di cui al punto n° 2 della pagina precedente, ma con una novità che vedremo appresso.

Eseguire a rallentamento significa digitare le corde a prescindere dai valori delle note, preoccupandosi soltanto di eseguirle pulite e scorrevoli, ascoltando le dita (tensioni, rigidità, rilassamento ma anche prontezza allo scatto). Se è il caso di fermarsi su un tasto e riflettere …. bene! Nel primo giorno non bisogna insistere troppo col numero degli esercizi: bastano pochissime ripetizioni (4, 5, 6). Tenere presente che il difetto non deve e non può sparire a distanza di pochi giorni!

Una volta eseguito il numero strettamente necessario delle ripetizioni, ciò che non bisogna assolutamente fare, né il primo giorno, né il secondo e terzo, né mai, è il voler sincerarsi sui risultati ottenuti provando il pezzo alla velocità d’esecuzione. Non lo fate, perché questa è la negazione propria dell’esercizio sopra considerato! Ciò che invece bisogna fare è la cosa più naturale di questo mondo: dimenticarsi l’esercizio (ovvero la cura subliminale) e continuare a suonare la chitarra come sempre si è fatto. Volendo, l’esercizio può essere eseguito (sempre per 3, 4, 5 volte) in più punti della giornata. Se vi fa piacere di suonare l’intero brano che comprende quel particolare passaggio, potrete eseguirlo ma senza cercare di misurasi con esso, cioè suonare il brano senza pensare: “cosa succederà quando arriverò ad eseguire quel passaggio?”.

I risultati non avverranno in tempi brevi ma non si faranno attendere a lungo. Ripeto: ogni volta che provate a verificare il livello raggiunto andando alla velocità d’esecuzione, annullerete gran parte della cura subliminale.

Questo modo esercitarsi è utilissimo a chi abbia imparato a suonare la chitarra con il “fai da te”. Chi ha invece acquisito le sue basi fondamentali da un maestro, può benissimo farne a meno e considerarle superflue, ma … fino ad un certo punto!.


Correggere un difetto di impostazione delle dita

Iniziamo con l’affermare che “nessuno è perfetto”! Capita a tutti i musicisti, a prescindere dal livello raggiunto (perché tutto è relativo), di trovare in una partitura musicale uno o più passaggi che richiedono molto più impegno e che talvolta non vengono perfettamente superati. Sviluppandosi la tecnica e, allo stesso tempo, il senso critico, alcuni difetti saranno percepiti per sempre dallo stesso suonatore, mentre saranno accettabili – ed anche apprezzati – da gran parte degli ascoltatori. Il chitarrista che ascolta un altro che si trova ad uno stadio superiore non riuscirà mai ad immaginare le sue preoccupazioni. Importantissimo è lo studio delle corrette impostazioni e dei giusti movimenti nei primissimi approcci con la chitarra (mano sinistra, mano destra, impostazione chitarra). Chi inizia da solo corre il rischio di imparare le impostazioni di base in modo errato e quindi trovare in ogni angolo lo spettro delle storpiature. Una volta imparata un’impostazione errata diventa assai problematica la sua correzione.

Questa pagina non ha lo scopo di insegnare caso per caso ma di generalizzare il problema in modo che l’allievo possa risolvere da sé ogni singolo inceppamento.

Penso che non basti spiegare ciò che si debba fare per correggere i vari difetti ma aggiungere anche ciò che non si deve fare. Per questo motivo parlerò prima di quello che non si deve fare per correggere impostazioni erroneamente acquisite nell’arco degli anni..

Ciò che si è acquisito nel tempo diventa parte di noi stessi ed è quindi la fonte delle nostre risorse. Voler cambiare da un giorno all’altro questi parametri di base è un’impresa colossale, che non consiglio a nessuno perché sarebbe devastante su tutto l’insieme.

Ciò che non si deve mai fare per correggere un difetto che permane nel tempo

  1. Iniziare ad eseguire il pezzo, prima a lento moto, poi, – via via che si acquisisce sicurezza – aumentarne la velocità fino alla perfetta esecuzione (qui manca la riflessione generale da fare prima dell’approccio, perciò l’esercizio è incompleto).

  2. Studiare prima la causa (ovvero controllare le giuste impostazioni, la giusta diteggiatura ecc.), eseguire prima il pezzo a rallentamento e poi proseguire come al punto 1 (qui manca la tecnica per la conservazione degli effetti, che vedremo nella pagina seguente. Gli effetti dell’esercizio potrebbero volatilizzarsi e, quindi, rendersi inutili: vedremo dopo il perché).

Perché i punti 1 e 2 spesso non funzionano? Generalmente funzionano su chi ha già una buona impostazione generale ma su chi è pieno di difetti (e aggiungo, ci sono molti suonatori che non sanno di averli) queste due tecniche non possono assolutamente funzionare e risultano come inutili perdite di tempo. E poi ingannano!!!!!!! Infatti succede spesso, che dopo aver corretto il difetto, il pezzo venga eseguito perfettamente per un certo periodo di tempo (una settimana, un mese, o più) ma piano piano, senza che il chitarrista se ne accorga quel particolare passaggio ritorna come prima, con le stesse difficoltà.

A voler essere precisi il punto 2, più che errato, è incompleto. Vediamo perché: Ciò che si deve fare per correggere un difetto che permane nel tempo